Atletica Leggera; Intervista; Storie a 5 cerchi; Personaggi
Intervista ad Armando Zambaldo
di Pietro Perbellini
PH: foto Zambaldo
Prima di iniziare la nostra lunga chiacchierata, mi viene mostrata una foto in bianco e nero del “Giro di Roma”, una classica che coinvolgeva le vie della Città Eterna. L’enorme folla esultante a bordo strada fa impressione, la pelle d’oca sale fino alla nuca, le grida di incitamento percuotono i timpani anche se la stanza dove ci troviamo è pervasa da un intimo silenzio. “Questa era la marcia negli anni ‘70” dice con orgoglio Armando Zambaldo, 28 presenze in Nazionale, specialista della 20km dove vanta un personale di 1 ora 27’ 15” e una partecipazione alle Olimpiadi di Montreal ’76, culminata con un prestigioso sesto posto. Armando, nato ad Illasi nel 1943, è stato un grande esponente della disciplina, nonché scopritore della tregnaghese Erica Alfridi, a sua volta quarta ai Giochi di Sydney 2000. Andiamo a conoscere questo figlio dell’illustre scuola italica del tacco-punta, la cui vita sportiva ha spaziato dall’atletica al ciclismo, fino allo sci di fondo, con la partecipazione a 46 edizioni consecutive della Marcialonga…
Armando, come ti sei avvicinato all’atletica leggera?
«Era l’estate del 1948. Il bar del mio paese, Cellore d’Illasi, sull’onda dell’entusiasmo per i successi di Bartali e Coppi, organizzava sfide tra i bambini mettendo in palio delle caramelle. In quelle garette emergeva mio fratello maggiore Mario e io gli andavo dietro. Nel ’49 ci siamo trasferiti a Milano e Mario, sull’esempio di Pino Dordoni (olimpionico della 50km a Helsinki ‘52), si è dedicato alla marcia tesserandosi per la Libertas Milano. Successivamente mi sono accodato anch’io e da junior ho raccolto le prime grandi soddisfazioni, conquistando due titoli italiani di categoria, nel ‘61 e nel ‘62. Questi risultati mi hanno permesso di entrare nel ’64 nelle Fiamme Gialle, sotto la guida di Gianni Corsaro, marciatore che aveva partecipato a due edizioni dei Giochi. Ho gareggiato per loro fino al ’79.»

Un giovane Armando Zambaldo impegnato in gara
Come ti sei trovato a gareggiare per sedici anni con le Fiamme Gialle?
«Si era creato un gruppo molto unito e questo consentiva di allenarci bene assieme. Nel tempo ho fatto da padre ai marciatori più giovani perché ero altruista: nel ’78, anno degli Europei di Praga, ho vinto la prima gara della stagione sui 20km, poi però i miei compagni sono cresciuti e così, in vista della rassegna continentale, mi sono fatto da parte per favorire chi andava più forte di me. In questo modo si è saldata l’amicizia tra noi, non a caso anche oggi ci sentiamo spesso per farci gli auguri.»
L’esordio in Nazionale?
«Nel ’68, incontro Italia-Danimarca a Copenaghen sulla distanza di 35km. Oltre a me c’erano Abdon Pamich e il rivale di una vita Vittorio Visini.»
Nel ’71 un altro grande traguardo di vita: ti sei sposato con Luisa, con la quale hai avuto tre figli.
«Ho conosciuto mia moglie a Schio. Lei era andata a trovare una zia, io mi trovavo là in raduno. Tanti atleti della nazionale hanno conosciuto le loro consorti in quella località vicentina. Abbiamo vissuto al Lido di Ostia fino agli inizi degli anni ‘80. A quel tempo Ostia era bella, non si stava mica male.»
Nel 1972 la carriera è decollata.
«Quell’anno vinsi il mio primo titolo italiano su pista (ndr, quattro consecutivi in carriera). Inoltre stabilii il record nazionale della 20km, sempre su pista, superando il primato di Pamich che resisteva da 10 anni.»

Armando seguito da due icone della marcia italiana: i fratelli Damilano, entrambi tesserati per l’Esercito
Ti veniva più facile marciare in pista o su strada?
«Per stabilire i record ho sempre preferito la pista perché avevi maggiori riferimenti ed era più semplice seguire la tabella che avevi impostato. Non si improvvisava niente, decidevi l’andatura prima della prova e cercavi di mantenere un’azione più decontratta possibile. Fino ai 10km non c’erano problemi, successivamente l’impegno diventava maggiore e dal 15esimo km c’era da soffrire. Non sono mai stato uno da 50km, ho sempre preferito la distanza classica più corta. Oltre al primato sui 20km, migliorato più volte fino ad arrivare a 1h28’06”, ho conquistato pure quello sui 10km, sui 15km, sulle 10 miglia, e sull’ora.»
Nel ’72 hai provato anche la più grande delusione della carriera: la mancata partecipazione ai Giochi di Monaco.
«In quel periodo c’erano attriti tra Corsaro e Dordoni, il selezionatore della Nazionale. Dopo aver vinto il campionato italiano, mi aggiudicai anche una selezione in pista. Quel giorno però c’era molto caldo e non ottenni un bel tempo: corsi in 1 ora e 32’. Dordoni, per fare un dispetto a Corsaro, mi lasciò a casa da Monaco. E così fecero gareggiare Vittorio Visini sia nella 20km che nella 50km, nonostante ci fossero solamente due giorni di intervallo tra le due gare. Ci furono polemiche: se Vittorio avesse partecipato solo alla 50km, la sua specialità, avrebbe avuto maggiori possibilità di aggiudicarsi una medaglia. Inoltre, con 1ora 32’ e 30”, un tempo assolutamente alla mia portata, ci si classificava nei primi otto della 20km. La mancata convocazione fu una delusione enorme, scoppiai in un pianto disperato. Però mi ha caricato, è stato uno stimolo per gli anni a venire.»
Nel ’74 sei arrivato quarto agli Europei di Roma.
«Quell’anno mi aggiudicai i Campionati Italiani organizzati sullo stesso percorso degli Europei. Alla rassegna continentale sapevo che sarebbe stato difficile conquistare una medaglia, così impostai una gara in progressione, cercando di cogliere un buon piazzamento. Il quarto posto è stato il massimo che potessi ottenere.»
Nel ’75 hai vinto i Giochi del Mediterraneo ad Algeri e il tuo quarto titolo italiano consecutivo sulla 20km. Stavolta nessuno poteva precluderti la partecipazione alle Olimpiadi di Montreal 1976.
«Montreal è stata sicuramente la mia più grande soddisfazione sportiva. Conservo con orgoglio la foto della cerimonia di apertura, dove noi atleti sfiliamo indossando la divisa della Nazionale. A Montreal sono arrivato sesto, un piazzamento che mi ha soddisfatto pienamente. Ci siamo classificati bene anche come squadra (Visini ottavo, Buccione decimo). Dopo Montreal le Fiamme Gialle mi hanno promosso maresciallo per meriti sportivi.»

Cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Montreal 1976: circoletto azzurro su Armando mentre sfila con la divisa della Nazionale Italiana
Nella tua lunga carriera da marciatore hai assistito all’evoluzione della specialità.
«Dagli anni ‘20 fino ai tempi di Pamich. la marcia si identificava nella camminata dei militari. Si basava su una maggior ampiezza del passo, con l’appoggio del piede sul tallone. Dordoni e lo stesso Pamich avevano il talento per far bene con quello stile, anche perché se adottavi un’azione diversa venivi squalificato. Nelle Fiamme Gialle siamo stati degli innovatori perché abbiamo creato un tipo di marcia più dinamica, con la gamba avanzante più sotto, l’arretramento del bacino e un appoggio non più sul tallone ma leggermente più avanzato. Non è stato un passaggio semplice ed automatico: bisognava rompere schemi che erano stati codificati dai vecchi allenatori e, soprattutto, imporre quel nuovo stile ai giudici. Oggi la marcia si avvicina molto alla corsa: maggior rapidità, maggior frequenza e meno ampiezza. Prima era molto più bella dal punto di vista stilistico.»
Cosa pensi delle nuove regole e dei nuovi format che hanno rivoluzionato la disciplina negli ultimi anni?
«Non sono assolutamente d’accordo e non lo sono nemmeno gli altri marciatori, i tecnici e i giudici. In passato si era arrivati al punto che i giudici si facevano i dispetti tra loro. Il caso eclatante è stato alle Olimpiadi di Sydney, dove Elisabetta Perrone, a poche centinaia di metri dal traguardo, è stata squalificata ingiustamente. Poco dopo è arrivata la squalifica dell’australiana quando ormai era in dirittura d’arrivo. A quel punto la Iaaf ha creato una commissione incaricando Maurizio Damilano (oro olimpico a Mosca ’80 e bronzo a Los Angeles ’84 e Seoul ‘88) di istruire e controllare i giudici. Il lavoro svolto da Maurizio è stato eccellente, ma con l’avvento di Sebastian Coe sono iniziate le stranezze. Nelle gare su pista hanno voluto creare quello spazio davanti alle tribune che sembra una gogna (ndr, Penalty Zone, dove i marciatori, dopo aver ricevuto tre cartellini rossi, devono fermarsi per scontare un tempo di penalità). Si è passati dalla 50km, gara classica per eccellenza, alla 35km che favorisce maggiormente lo specialista dei 20km. Infine, si è arrivati alla maratona di marcia, una distanza insulsa per la nostra disciplina. Non parliamo dell’introduzione della mezza maratona da 21km al posto della 20km classica. Inoltre, anche la staffetta mista la trovo ridicola. Io penso ci sia un disegno per eliminare la marcia dal programma olimpico.»
Quali doti deve possedere un marciatore?
«Un ragazzino che vuole emergere nella marcia deve essere dotato di mobilità articolare. Alcuni, infatti, non riescono ad estendere il ginocchio. Pure l’azione di rullata del piede è importante. Al contrario di quello che si può pensare, capacità e potenza aerobica non sono fondamentali, perché nella marcia non hai un alto consumo di ossigeno.»

Una folla festante faceva da cornice alle gare su strada
Chi è stato il più grande marciatore della storia?
«Prima delle grandi manifestazioni l’Urss faceva selezioni spietate e gli atleti si tiravano il collo per poter partecipare alle Olimpiadi. Per loro diventava difficile arrivare nelle migliori condizioni. Per questo dico il russo Vladimir Golubnichi, oro olimpico a Roma ’60 e a Città del Messico ’68, argento a Monaco ’72 e bronzo a Tokyo ’64). Tra l’altro l’ho preceduto a Montreal, ma lui aveva 40 anni a quel tempo.»
Alcuni della squadra russa sfruttavano la convocazione per fare un po’ di economia.
«C’era un marciatore sovietico che veniva in Europa carico di macchine fotografiche. In cambio voleva scioline da rivendere ai suoi connazionali dello sci di fondo, perché loro non ne avevano di valide. Quando venne a Roma volle che l’accompagnassi a Porta Portese per esporre la merce d’importazione su alcune stuoie. A lui della gara non importava niente, la sfruttava solo per fare affari. I sovietici ti chiedevano qualsiasi cosa da poter smerciare una volta tornati in patria.»

Sei stato compagno di Nazionale di Abdon Pamich, uno dei più grandi marciatori della storia. Che personalità era?
«Pamich era un uomo molto intelligente ma insofferente alle costrizioni. Un’anima libera: nell’Olimpiade di Roma ’60 arrivò terzo ma accusò la federazione di averlo preparato male per l’evento. Così mandò una lettera alla FIDAL in cui si rifiutava di seguire i canoni dei tecnici federali. La storia gli ha dato ragione: quattro anni dopo, a Tokyo, ha vinto l’oro nella 50km. Lo ricordo allenarsi moltissimo: a volte, da Roma veniva al Lido di Ostia marciando e poi tornava indietro. Dopo la lite tra Corsaro e Dordoni venne nominato responsabile tecnico del settore. L’aspetto curioso è che non si limitava solo ad accompagnare la Nazionale ma gareggiava pure.»
Tu sei stato lo scopritore e primo allenatore della tregnaghese Erica Alfridi, grande interprete della marcia italiana femminile.
«Negli anni ’80 abbiamo lasciato Ostia e siamo venuti a vivere a Illasi, così ho iniziato ad allenare alcuni giovani a Tregnago. Tra questi c’era una ragazzina, Erica, molto assidua negli allenamenti. Quando è passata allieva l’ho portata alla G.S. Eccocasa. All’inizio si dedicava al mezzofondo ma, come talvolta accade, ai Societari le è stato chiesto di coprire la marcia perché non c’era nessuna disposta a farlo. Da lì abbiamo cominciato ad allenarci, ottenendo traguardi sempre più prestigiosi. Da junior ha vinto un titolo italiano e non si è più fermata. Col passare del tempo, Erica doveva effettuare due allenamenti al giorno e io dovevo seguirla in bici. Per me era diventato troppo impegnativo, così si è trasferita a Milano e lì, allenandosi con Annarita Sidoti ed Elisabetta Perrone, è esplosa, conquistando un argento e un bronzo agli Europei, un oro ai Giochi del Mediterraneo, una vittoria in Coppa del Mondo a Torino. Purtroppo alle Olimpiadi di Sydney è arrivata quarta, gareggiando con alcune linee di febbre.»
In carriera hai provato molte altre discipline aerobiche, qual è la più dura?
«Nell’ambito dell’atletica leggera ritengo che la corsa campestre sia la più impegnativa dal punto di vista organico. Nello sci di fondo sviluppi notevoli impennate del massimo consumo di ossigeno; inoltre, il fatto di utilizzare tanti muscoli diversi ti svuota. Nel ciclismo, analogamente alla marcia, non raggiungi picchi elevatissimi di consumo di ossigeno, però un ciclista deve essere bravo in tutto. Personalmente, in estate mi dedicavo alla mia specialità, ma in inverno praticavo lo sci di fondo. Così facendo, iniziavo la primavera che andavo già fortissimo.»
A proposito di due ruote, tu hai seguito da vicino anche il ciclismo.
«C’erano due ragazzini della Val d’Illasi che andavano molto forte: Mauro Finetto, passato professionista nel 2008, e Massimiliano Turco. Una società bergamasca mi ha fornito l’ammiraglia per poterli gestire qui. Era impegnativo, bisognava effettuare uscite lunghe e poi seguirli in trasferta, ma mi sono divertito. Il ciclismo mi ha sempre appassionato, ho fatto molta mountain bike e oggi seguo con piacere il ciclocross in tv.»
Nella tua carriera hai percorso migliaia di km, non solo con la marcia ma anche con lo sci di fondo.

In veste di sciatore di fondo nel corso della Marcialonga del 2005
«A gennaio, dopo le festività, col mio gruppo di allenamento si andava a Predazzo a marciare e a praticare lo sci di fondo. Poi rientravamo in tempo per le prime gare indoor. Nel ’71 è iniziata la “Marcialonga” e vi ho subito partecipato. L’esperienza mi è piaciuta ed è diventata un appuntamento fisso per 46 anni consecutivi. Dopo 10 anni dalla prima edizione, l’organizzazione ha creato il gruppo dei “senatori”. Bastava assentarsi una sola volta o ritirarsi per perdere lo status. Fino al 2019 i senatori che avevano completato tutte le edizioni erano dieci. Oggi sono rimasti in tre, ma loro sono del ’48, io del ‘43. La mia continuità si è interrotta col Covid, successivamente ho corso un’altra Marcialonga (ndr, 47 in totale), ma ora ho smesso perché diventa rischioso. Così, gli organizzatori hanno deciso di nominare quei dieci “senatori a vita” e ancora oggi abbiamo il nostro numero e il pacco gara.»
Ad un certo punto hai lasciato Ostia per tornare a Verona.
«Ad Ostia non si stava male, ma con mia moglie volevamo tornare al nord che per noi era casa. I nostri figli erano ancora piccoli. A Verona mi sono tesserato con la Bentegodi, coprendo la marcia ai Societari. Dall’84 ho gareggiato per qualche anno nella categoria “master”, vincendo due titoli mondiali e anche un europeo a Verona. In quel periodo lavoravo in caserma e riuscivo a trovare il tempo per allenarmi. Nonostante sia andato in pensione presto, mi sono sempre impegnato per lo sport. Oggi, assieme a mia figlia Silvia, seguo i giovani dell’ASD Biasin Illasi.»
Cosa pensi degli anni passati a marciare sulle strade di tutto il mondo?
«La marcia è una disciplina dura; ti forgia ma allo stesso tempo si basa su un gesto molto piacevole. Inoltre, poiché il marciatore deve allenarsi sulla strada, c’è anche una componente esibizionistica. Ai miei tempi, quando la gente comune ti vedeva marciare urlava “Ma vai a lavorare!”. Poi, però, quando gareggiavi con addosso la maglia della Nazionale, una folla enorme veniva ad acclamarti. Quelli sono stati i tempi d’oro della disciplina e sono contento di averli vissuti al 100%.»
L’ultima grande soddisfazione della carriera di Armando Zambaldo è arrivata il 18 gennaio 2026, quando è stato scelto per portare la fiaccola olimpica dei Giochi Invernali di Milano Cortina nella sua Verona. Una doppia gioia se si pensa che il tedoforo che lo ha preceduto e gli ha passato la torcia è stato il figlio Marco, pure lui più volte partecipante alla Marcialonga. Un passaggio di consegne carico di emozione che ha rappresentato il giusto riconoscimento per la serietà e l’impegno di un atleta che tanto ha dato allo sport veronese e italiano.
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Pietro Perbellini è nato a Verona il 28/8/1984. Residente a San Giovanni Lupatoto.
Come atleta è stato specialista di decathlon e lancio del giavellotto. Scrive principalmente cronache e interviste sull’atletica leggera, sport su ghiaccio, ciclismo e tiro a segno. pietroperbellini@alice.it
Ha scelto Giovanisport per conseguire l’Iscrizione all’Ordine dei Giornalisti.


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