Tennis
di Davide Migliori
Diciamolo chiaramente: ogni anno, le settimane immediatamente successive al termine di Wimbledon sono tra le più anonime e dimenticabili dell’intero calendario tennistico mondiale.
La maggior parte della stagione è alle spalle, si tirano le prime somme e iniziano ad allinearsi con chiarezza i protagonisti che si sfideranno sotto la Mole Antonelliana, a novembre, per le Atp Finals.
Dopo 14 settimane consecutive nel Vecchio Continente, il grande tennis lascia l’Europa e si prende una breve pausa prima di fare ritorno sul cemento per il tradizionale swing nordamericano, che culmina con l’ultimo Slam dell’anno: lo Us Open.
Dalla terra rossa del Principato, passando per la Caja Magica, il Foro Italico e l’apice del Roland Garros, spostandosi poi sui verdi prati londinesi dell’All England Club.
Dopo questa scorpacciata di terra ed erba, anche gli appassionati di tennis e gli addetti ai lavori si distaccano e ricaricano le batterie per quello che sarà il finale di stagione.
La rinuncia che accende il dibattito
Ecco, è proprio in questo momento di transizione e di letargo collettivo che la notizia del forfait di Jannik Sinner al Masters 1000 di Montreal ha scosso l’opinione pubblica, accendendo un grande dibattito in Italia e all’estero.
Lo stupore generale va contestualizzato perché, di per sé, la notizia non sarebbe clamorosa. Ormai è anni che si discute sul fatto che si giochi troppo e che il passaggio della maggior parte dei Masters 1000 su due settimane siano tanto una risorsa preziosa, in termini economici, per gli organizzatori quanto una seccatura per i giocatori, soprattutto per i top, in termini di programmazione e di recupero fisico.
In particolare, l’Open del Canada, che si disputa ad anni alterni a Toronto e Montreal, occupa una posizione nel calendario ATP piuttosto infelice: perfettamente in mezzo a Wimbledon e Us Open, senza troppe possibilità di riposo post Championships e prima di Flushing Meadows.
E, in un tennis sempre più Slam-centrico, questo è un pesantissimo handicap per un torneo che legittimamente punta ad avere in tabellone tutti i migliori tennisti del circuito.
Lo stesso Sinner, lo scorso anno, dopo la vittoria a Wimbledon, si prese una pausa, andò in vacanza e direttamente a Cincinnati, per poi spostarsi a New York.

Il “sogno proibito” dei nove Masters 1000
Tuttavia, questa volta la situazione è diversa. Sinner si sarebbe presentato in Quebec come vincitore dei primi cinque Masters 1000 stagionali – Indian Wells, Miami, Montecarlo, Madrid e Roma –, impresa senza precedenti nella storia. Questo ha naturalmente generato nella mente di tutti l’idea che Sinner avrebbe tentato di raggiungere un record probabilmente impossibile anche solo da pensare, ovvero vincere tutti e nove i Masters 1000 lo stesso anno.
Del resto, sulla carta, la parte più difficile se l’era già lasciata alle spalle: prima il Sunshine Double e, in seguito, mettere in fila i tre 1000 su terra, cosa che solo sua Maestà Rafa Nadal era riuscito a fare nel suo magico 2010. Mancavano all’appello la doppietta estiva Canada-Cincinnati, Shanghai e Parigi sul cemento indoor, a fine anno.
Invece, tra lo stupore di tutti e il malcontento di tanti, il numero 1 del mondo ha deciso di cancellarsi dalla kermesse canadese e, di fatto, rinunciare a questo record folle.
Nelle ore e nei giorni successivi a questo comunicato si è sentito e letto di tutto. C’è chi prende le parti di Sinner, affermando che abbia fatto la scelta migliore in ottica Us Open, e anche chi, invece, lo critica per non averci nemmeno provato fino in fondo.

L’eredità pesante dei Big Three
A margine di questo dibattito, è necessario tenere a mente due elementi fondamentali. Il primo è, come detto prima, il costante accentramento dell’interesse dei top player sui tornei del Grande Slam, che rende gli altri tornei tutto sommato “sacrificabili” sull’altare, appunto, dei Major.
Federer, Nadal e Djokovic hanno letteralmente dominato il tennis per vent’anni, lasciando le briciole ai loro rivali e portando lo sport in una nuova dimensione. Il metro di paragone definitivo su cui si misuravano le loro carriere era, senza dubbio, quello degli Slam, in cui erano dei cannibali insaziabili. Da Wimbledon 2003, primo trionfo Slam di Roger Federer, a Us Open 2023, ultima affermazione Slam di Novak Djokovic, i Big 3 si sono accaparrati 66 degli 81 Major disputati (81,5%); mentre, per quanto riguarda la categoria Masters 1000 – o Atp Masters Series, com’erano chiamati nella precedente nomenclatura – il discorso è leggermente diverso: “solo” 103 tornei su 176 disputati (58,5%).
Questa stortura del tennis odierno, derivante direttamente dal ventennio di dominio di questi tre fuoriclasse, porta eventi da sempre importanti e prestigiosi come i Masters 1000 a essere relegati a preparazione per gli Slam o, ancora peggio, a tornei di contorno.

Il campanello d’allarme di Parigi
Per parlare dell’altro elemento decisivo che ha portato alla rinuncia di Sinner, dobbiamo tornare allo scorso 28 maggio: Sinner era impegnato nel secondo turno del Roland Garros contro Juan Manuel Cerundolo quando, sul punteggio di 6-3 6-2 5-1 per l’azzurro, le gambe di Jannik si fermarono completamente. Impossibile muoversi, energia improvvisamente azzerata: come se, di colpo, la macchina si fosse fermata perché senza benzina e lui fosse rimasto a piedi a centinaia di chilometri dalla prima area di servizio. Sinner perse 18 dei successivi 20 giochi e lasciò con scioccante anticipo lo Slam parigino, fallendo così il grande obiettivo della stagione 2026: completare il Career Grand Slam sotto la Torre Eiffel.
Un colpo di calore, come già capitato in passato? Forse. Però, stavolta, c’è qualcosa di più: l’altoatesino è arrivato a Parigi in riserva di carburante proprio a causa dello straordinario filotto di trionfi dei mesi precedenti, che probabilmente sono stati una causa determinante del malore accusato in Francia.
Dopo la cocente delusione, Sinner si è recato al San Raffaele di Milano per degli esami e dei test approfonditi, per capire se ci fosse qualcosa di congenito in queste sporadiche perdite di energia in giornate particolarmente calde. Ciò che è emerso lo conoscono, ovviamente, solamente Sinner e il suo staff medico; tuttavia, lo stesso Jannik, in una successiva intervista, ha affermato: «Abbiamo capito qual è il problema e potrebbe ricapitare, perché alla fine non è che ci sia una soluzione, ma stiamo facendo tutte le cose al meglio e speriamo che non si ripeta».
Se combiniamo questi due aspetti, ovvero la centralità degli Slam nella programmazione dei campioni e la necessità di preservare al massimo l’integrità del proprio corpo, non possiamo che ritenere la scelta di Sinner sensata e sicuramente la migliore per il suo recupero in vista di New York.

Sinner e le polemiche sull’antipersonaggio
Tuttavia, non tutti la pensano così. La critica principale, e risalente nel tempo, che viene mossa a Sinner è quella di essere freddo e di non emozionare. Sia dal punto di vista strettamente tecnico sia dal punto di vista delle scelte dentro e fuori dal campo, risulta sempre preciso, perfetto e, di conseguenza, robotico. C’è chi lo accusa di non avere il fuoco dentro e la voglia di riscrivere la storia – come se essere il primo a completare il Sunshine Double senza perdere set, il primo a vincere i primi cinque mille della stagione ed essere solo il decimo giocatore nell’Era Open capace di difendere il titolo a Wimbledon non fosse sufficiente; per altri, Sinner sarebbe reo di non concedersi particolarmente nelle interviste e di essere estremamente riservato nella propria vita privata, cosa che lo rende immediatamente inviso a tutti coloro che, nell’epoca dei social, pretendono che le celebrità mettano in bella mostra i fatti loro. Qualcuno, tra gli addetti ai lavori, addirittura lo paragona a Ned Flanders, personaggio de “I Simpson” estremamente puntiglioso, preciso e, quindi, “noiosetto”.
Da tutto ciò si evince che Sinner sarebbe un “antipersonaggio”, incapace di emozionare e di coinvolgere il pubblico coi suoi successi. Qui si sprecano i paragoni coi campionissimi che hanno infiammato per anni i cuori di milioni di italiani nei rispettivi sport, su tutti Alberto Tomba e Valentino Rossi: fuoriclasse in pista e personaggi carismatici e coinvolgenti anche al di fuori della competizione.
In poche parole, Sinner è colpevole di essere diverso, di provenire da una realtà diversa e da una cultura diversa. Di pensare solo e unicamente al tennis, tutti i giorni dell’anno; ma questo, evidentemente, non è abbastanza.
Probabilmente, per essere apprezzato maggiormente, dovrebbe far parlare di sé per quello che fa fuori dal campo o per qualche sciocchezza detta in conferenza stampa; insomma, dovrebbe essere più personaggio. Dovrebbe prendere ispirazione da chi? Ad esempio, da Nick Kyrgios? Da Bernard Tomic, che proprio questa settimana è tornato a vincere una partita ATP dopo più di 7 anni? Talenti straordinari, indiscutibilmente dei personaggi che hanno fatto parlare di sé più per la loro sregolatezza, in campo e fuori, che per i loro successi. Giocatori che hanno preferito la strada più facile: fare il minimo indispensabile e sfruttare le loro innate qualità per guadagnare soldi e godersi la vita. Insomma, personaggi sì, ma modelli d’insegnamento no. E, proprio come i personaggi di una fiction comica durata appena due stagioni, il loro nome, tra qualche anno, verrà cancellato con un colpo di spugna dalla storia del tennis.

Sinner, invece, ha scelto una strada diversa. Ha scelto di scrivere la propria storia, in linea con il suo carattere e la sua umanità, tutt’altro che robotica. Bjorn Borg, Ivan Lendl, Pete Sampras: giocatori che hanno scritto pagine indelebili della storia del tennis e che erano tutti “antipersonaggi” alla Sinner. E non per questo il loro posto nell’immaginario collettivo e nella memoria degli appassionati è in alcun modo a rischio.
Le parole del numero uno del mondo, post trionfo a Wimbledon, racchiudono perfettamente il suo credo: «Sto dando la mia vita per il tennis». Parole che riecheggiano già nella sala dell’All England Club, dove c’è il muro dei vincitori su cui è già inciso due volte il suo nome.
Una scelta, quella di rinunciare a Montreal, che racconta ancora una volta la vera essenza di Sinner: non la ricerca del clamore, ma la volontà di costruire il proprio percorso con lucidità, disciplina e coerenza. Perché la storia non la scrive chi fa più rumore, bensì chi continua a vincere restando semplicemente sé stesso. In un mondo di Nick Kyrgios, voi siate Jannik Sinner.

Davide Migliori è un giovane studente di giurisprudenza, appassionato di sport, che ha deciso di intraprendere un percorso formativo con Giovanisport per poter conseguire l’iscrizione all’Albo dei Giornalisti.


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