Atletica Leggera; Intervista; Storie a 5 cerchi; Personaggi
Intervista a Livio Berruti
di Pietro Perbellini
PH: fonti storiche web
C’è un filo sottile che lega Verona ad un mito dello sport italiano: Livio Berruti. Il 26 maggio 1960, a tre mesi dalle Olimpiadi di Roma che lo consacrarono alla gloria imperitura, il velocista torinese fu protagonista di un grande risultato cronometrico sulla pista CONI (oggi Campo Consolini) di Basso Acquar. Era l’epoca in cui la città scaligera organizzava annualmente il “Trofeo De Gasperi”, manifestazione nazionale di atletica leggera che quell’anno vide tra i partecipanti nomi illustri come Silvano Meconi nel peso, Carlo Lievore nel giavellotto e il beniamino di casa Adolfo Consolini nel disco. Berruti, a quel tempo studente di chimica all’Università di Padova e tesserato per le Fiamme Oro, gareggiò nei 100m. Il suo record sulla distanza risaliva al 31 agosto 1958, quando a Cuneo, tra lo stupore generale, stampò un 10”3 valevole come nuovo record italiano. Con una pista in terra battuta e una concorrenza per nulla trascendentale, nessuno sentiva odore di impresa sportiva. Tuttavia, in un’atletica “ruspante” come quella degli anni ‘60 il gran crono poteva arrivare senza preavviso… e così successe quel giorno. La risposta di Livio allo sparo dello starter fu immediata, la corsa decontratta, fluida, il lanciato da urlo, il vento leggermente favorevole: Berruti vinse la gara per dispersione.
Dei quattro cronometristi presenti, tre fermarono il cronometro a 10”2, uno addirittura 10”1. Il tempo ufficiale assegnato al talento torinese fu 10”2, nuovo record italiano (l’ultimo sui 100m su pista in terra battuta), ma soprattutto record europeo eguagliato. Tuttavia, data l’assenza dell’anemometro, il vento non venne rilevato. Questo generò non poche polemiche, tanto che la FIDAL omologò il nuovo primato solamente l’11 dicembre di quell’anno. Sulla rivista Track&Field News del giugno 1960, il grande storico dell’atletica leggera Roberto Quercetani scrisse che, nonostante l’assenza della rilevazione, i testimoni concordavano sul fatto che il vento non fosse superiore ai 2 m/s e che non avesse favorito in maniera decisiva l’azione di corsa di Berruti. In ogni caso, nessun altro concorrente migliorò il proprio primato personale.

Livio Berruti immortalato in una partenza dai blocchi
Livio, oggi 87 anni, è un’icona dello sport italiano, simbolo di un mondo che non esiste più. Guai, però, a considerarlo un pezzo da museo. L’instancabile curiosità e l’acuta intelligenza, uniti ad una signorilità senza pari, hanno fatto sì che la sua mente brillante continuasse a correre anche dopo la carriera da atleta, con la stessa velocità con cui, ai Giochi di Roma 1960, fermò il cronometro all’allora record mondiale di 20”5 laureandosi campione olimpico sui 200m. Intervistarlo è stata un’esperienza catartica, perché in lui ho ritrovato un autentico esponente dell’umanesimo, una sintesi perfetta tra anima e corpo come predicavano i filosofi rinascimentali Pico della Mirandola e Marsilio Ficino. Per creare un clima distensivo, come in una chiacchierata tra vecchi amici, Livio mi ha chiesto di dargli del tu «perché il mondo sportivo, quello non inquinato da eccessi politici ed economici, è come una grande famiglia che parla la stessa lingua in tutti i campi sportivi del mondo.»

Livio, cosa ricordi di quel 26 maggio 1960 in cui hai eguagliato il record europeo con 10”2?
«Ho un ricordo piuttosto sbiadito, essenzialmente per due motivi: il primo riguarda la poca enfasi con cui il mondo sportivo (giudici, atleti, spettatori) ha preso nota dell’avvenimento. In quei tempi gli sport che catalizzavano l’attenzione erano calcio e ciclismo, seguiti dall’automobilismo e dal pugilato. Il secondo motivo era la mia quasi indifferenza per il risultato cronometrico. A quell’epoca il crono stabilito in gara aveva un valore secondario. Io gareggiavo esclusivamente per il piacere di correre, scaricando sulla pista il mio “surplus energetico”.»
Perché ai Giochi di Roma hai scelto di correre, come gara individuale, solo i 200m?
«Ho privilegiato la specialità in cui avevo più chance di entrare in finale e dove ero consapevole di poter correre meglio di tutti gli altri in curva, il mio punto di forza. Probabilmente avrei gareggiato nei 100m solo se fossero stati programmati dopo i 200.»
Nessuno, neppur nelle più rosee previsioni, ti pronosticava campione olimpico dei 200m. Per quale risultato avresti fatto la firma prima della gara?
«Con un personale di 20”7 pensavo di avere ottime possibilità di accedere alla finale ma, di certo, non di conquistare una medaglia, dato che mi sarei scontrato con i tre primatisti mondiali di quell’anno, tutti con un record di 20”5: i due statunitensi Ray Norton e Stone Johnson e il britannico Peter Radford.»
Veniamo al racconto di quel giorno storico per l’atletica italiana. Chi non ha visto dal vivo quella memorabile impresa può riviverla attraverso il bellissimo film documentario del 1961 “La grande Olimpiade” diretto da Romolo Marcellini. Il programma prevedeva batterie di qualificazione e quarti di finale il 2 settembre, mentre la semifinale e la finale il 3 settembre: in pratica, quattro 200m in due giorni.
«Dopo aver superato agevolmente i primi due turni (ndr, Berruti aveva stabilito il miglior tempo in batteria e nei quarti di finale), arrivò il momento delle semifinali. Ne erano previste due e i primi tre classificati di ognuna accedevano alla finale a sei. I giudici, però, mi fecero un bello scherzo, inserendomi nella stessa serie di Norton, Johnson e Radford, i tre primatisti mondiali di quell’anno. Giorgio Oberweger, CT della Nazionale, non venne nemmeno a comunicarmelo pensando fossi spacciato. Lo seppi solo in camera di chiamata. Tuttavia, invece di preoccuparmi, aumentò in me la curiosità su quello che avrebbe potuto succedere.»
Alle 16.00 del 3 settembre sei entrato in una nuova dimensione
«In semifinale ho corso in maniera perfetta: a venti metri dal traguardo ero talmente in testa che smisi di spingere, lasciandomi nettamente alle spalle i tre co-detentori del primato mondiale. Quando sentii il tempo che avevo realizzato (20”5, record mondiale eguagliato), anziché gioire mi arrabbiai con me stesso, assalito dal timore di non riuscire a recuperare tutte le energie per la finale programmata dopo meno di 2 ore.»

Semifinale olimpica di Roma ’60: Livio vince con grande facilità, stabilendo il record del mondo con 20″5
Due ore in cui hai allentato la tensione in maniera poco ortodossa…
«Commisi un errore clamoroso che avrebbe potuto costarmi caro: mi ritirai nel fresco dello spogliatoio bevendo un’aranciata e sfogliando un libro di chimica organica per preparare un esame universitario. Un’ora prima della gara, mentre gli altri cinque finalisti si stavano riscaldando sulla pista dello Stadio dei Marmi, mi sedetti sulle gradinate per osservarli, suscitando grande sconcerto. Solo 20 minuti prima della “bella” provai un paio di partenze per dimostrare che c’ero anch’io a giocarmela.»
La finale era in programma alle 18.00 di sabato 3 settembre, in uno Stadio Olimpico gremito di 80.000 spettatori. Dopo il turno precedente ti presentavi non più come un semplice outsider; tuttavia, la storia olimpica dei 200m aveva sempre incoronato, fino a quel momento, atleti del continente americano.
«Prima della partenza, tra lo stupore generale, feci gli auguri agli altri concorrenti stringendo loro la mano. Sapevo di essere il più veloce in curva, perciò dovevo sfruttarla per avvantaggiarmi. Mi venne assegnata la quinta corsia. Dopo una ripetizione dello start per un mio movimento anticipato, al colpo di pistola decisivo scattai dai blocchi molto bene e corsi la curva al massimo della velocità. Ne uscii con due metri di vantaggio sugli altri e sul rettilineo evitai di irrigidirmi. Negli ultimi metri, sulla mia destra, sentii che stava rinvenendo lo statunitense Carney. Sul traguardo, per non rischiare, mi gettai col petto in avanti spezzando il filo di lana. Persi l’equilibrio e caddi a terra, ma lasciai l’americano un metro dietro. Il verdetto cronometrico diceva 20”5, ancora record del mondo.»

Finale olimpica dei 200m: l’impegno di Livio è maggiore ma il torinese riesce a prevalere su Carney eguagliando il record mondiale della semifinale
In quello che è stato il tuo “giorno dei giorni” hai corso 20”5 per due volte e nell’arco di due ore. Ha più valore il tempo ottenuto in semifinale o in finale?
«In semifinale ho corso in maniera perfetta, senza fatica. Se mi fossi impegnato a fondo avrei potuto stabilire almeno un 20”4. In finale, invece, ho dato il massimo.»
Una curiosità: in semifinale hai corso con scarpe Adidas, mentre in finale hai vinto indossando un paio di italianissime Valsport, primo e unico oro olimpico conquistato dalla storica azienda di calzature padovana. Come mai questo cambio?
«Semplicemente per un tocco personale di vanità. Nonostante fossero più pesanti e rigide, scelsi le Valsport perché, essendo completamente bianche, si intonavano perfettamente col colore dei miei calzini.»
Oltre alle scarpe anche gli occhiali scuri hanno reso ancor più leggendaria la tua corsa.
«Essendo miope ho sempre corso con gli occhiali e, quel giorno, c’era anche un bel sole.»

Un’altra inquadratura dell’arrivo della finale olimpica
In carriera hai partecipato a tre Olimpiadi: Roma ‘60, Tokyo ‘64 e Città del Messico ‘68. In che cosa sono stati unici i Giochi romani e quale clima speciale si respirava in quei giorni?
«Le Olimpiadi hanno il potere di farti sentire cittadino del mondo; un mondo dove sorridi e dialoghi con tutti, dove non esiste nessun tipo di discriminazione, sia etnica che confessionale, sia ideologica che economica, proprio come sognavano i discepoli di Platone e Aristotele. Per Roma si trattò di un evento memorabile, c’era uno spirito di amicizia incredibile tra tutti gli atleti. Abbinando queste sensazioni al carattere ironico e pacioso dei romani si è verificato un mix di comportamenti e situazioni che avrebbero fatto felice il Candido di Voltaire. Aggiungiamoci poi l’atmosfera creata dal boom economico del periodo post-bellico. Il premio Pulitzer David Maraniss, in un libro dedicato alle Olimpiadi del ‘60 (ndr, “Roma 1960. Le Olimpiadi che cambiarono il mondo”), ha scritto che quelli romani sono stati i Giochi più belli dell’età moderna.»
C’è una foto iconica che riassume perfettamente lo spirito di unione dei Giochi romani: tu che passeggi mano nella mano con la statunitense Wilma Rudolph, vincitrice dei 100m, 200m e 4x100m in quell’edizione olimpica. Senza saperlo, avete anticipato di tre anni il celebre discorso di Martin Luther King “I have a dream”
«Roma ha incarnato al massimo lo spirito di amicizia e unione che dovrebbe essere alla base dello sport. Persone appartenenti a paesi lontani potevano conoscersi e stare insieme. Un giorno Wilma venne a cercarmi, chiedendomi se potevamo scambiarci le tute delle Nazionali. Il mio inglese era scarso ma ci capivamo con gli sguardi. Aveva un sorriso magnetico, era il personaggio femminile di quei Giochi. Quella fu l’occasione per passeggiare assieme mano nella mano. I fotografi presenti al Villaggio Olimpico scattarono delle foto e i giornali ci ricamarono una grande storia d’amore, ma non andammo mai oltre la fase platonica. Gli allenatori americani ci tenevano costantemente sotto controllo e, non appena terminarono le gare, fecero ripartire Wilma alla volta degli USA. Io non riuscii nemmeno a salutarla.»

Una delle immagini simbolo dei Giochi di Roma: Livio Berruti e Wilma Rudolph a passeggio mano nella mano…tre anni prima dell’ “I have a dream” di Martin Luther King
La tua curva sui 200m ha fatto scuola, un vero e proprio marchio di fabbrica dell’atleta Berruti. Impressionante come riuscivi ad affrontarla correndo vicinissimo al cordolo senza scomporti, raggiungendo la massima velocità all’ingresso del rettilineo.
«Ho sempre avuto questa tecnica innata nel fare le curve. Se ne accorse il mio ex allenatore Peppino Russo. Per questo venni dirottato sui 200m. Vincere la forza centrifuga correndo mi procurava un piacere che potrei definire “erotico”. Da amante di ogni tipo di curva sono Presidente della Fondazione Arte Nova (www.fondazioneartenova.org) che si occupa della protezione e valorizzazione dell’Arte Liberty.»
Dopo la vittoria di Roma hai avvertito la responsabilità di essere campione olimpico?
«L’ho realizzato un anno dopo, quando vinsi all’Heysel di Bruxelles il titolo di campione mondiale militare. All’uscita dallo stadio vidi correre verso di me un signore anziano, si trattava di un italiano che viveva in Belgio. Mi prese le mani e iniziò a baciarmele, ringraziandomi per avergli dato, grazie alla vittoria di Roma, la forza per controbattere le angherie che subiva nel mondo del lavoro belga.»
Tu incarni al massimo il concetto di dilettantismo nello sport: un atleta non “costruito” ma dotato di un talento cristallino naturale. Come ti allenavi a quei tempi?
«La mia predisposizione era per gli allenamenti gioiosi e non faticosi, un eufemismo per dire che mi allenavo poco. Frequentavo il campo di atletica tre volte alla settimana con sedute di due ore. Di solito mi presentavo in campo 20 minuti dopo gli altri, saltando il riscaldamento ed effettuando direttamente sessioni di allunghi con gli altri compagni. Al massimo provavo alcune partenze, zero pesi e, soprattutto, facevo tante pause (ndr, sorride). Anche durante la carriera agonistica ho sempre dato più importanza allo studio. Sfruttavo le gare in trasferta per andare a visitare i musei. Lo sport l’ho sempre vissuto con naturalezza e libertà, per me era un modo per esprimere la gioia di vivere e l’amore per il movimento in tutte le sue forme.»

Livio, anche nel corso della carriera agonistica, ha sempre dato priorità agli studi, laureandosi in chimica all’Università di Torino
Come ti sei affacciato all’atletica leggera?
«Nel 1955 frequentavo il Liceo Classico Cavour di Torino. Melchiorre Bracco, l’insegnante di educazione fisica che aveva il compito di organizzare i campionati studenteschi della scuola, sentenziò che con il mio fisico potevo fare solo gare di salto in alto e in lungo. L’anno successivo, durante l’ora di ginnastica, sfidai in una prova di corsa lo studente più veloce. Vinsi io e, fortunatamente, alla scena assistette anche Bracco che mi inserì nel gruppo dei velocisti. In seguito mi imposi sia ai campionati interni della scuola, sia ai campionati provinciali.»
La tua passione però era il tennis…
«Il mio compagno di banco, velocista del G.S. Lancia, mi propose di iscrivermi con loro per primeggiare in staffetta. A quel tempo io volevo giocare a tennis e quella società disponeva di ottimi impianti in terra rossa. Io, furbescamente, pensai che iscrivendomi avrei potuto giocare a tennis gratuitamente. Il destino però mi volle velocista: le prime gare sui 100 metri furono tutte vittoriose, così abbandonai in fretta il mio primo amore sportivo.»

Un giovanissimo Berruti nell’atto di ricevere il testimone in staffetta
Qual è stato il tuo punto di forza come atleta di alto livello?
«Il mio punto di forza è stato l’aver considerato le gare come un piacevole diversivo dagli impegni della scuola e del lavoro, un modo divertente per utilizzare il mio surplus energetico e soddisfare la curiosità riguardo l’esito del confronto con i coetanei di tutto il mondo. Un altro vantaggio è stato comprendere che il merito del successo non fosse solo mio ma dipendesse anche da fattori genetici e ambientali, come evidenziato in un libro scritto dal filatelico Alberto Bolaffi intitolato “Il successo non ti appartiene”. Questa ritengo sia una delle regole fondamentali di vita, perché un campione deve avere l’umiltà di riconoscere che se non avesse avuto i genitori giusti, se non fosse nato nel posto giusto, al momento giusto e nel contesto sociale giusto non avrebbe potuto sfruttare adeguatamente le proprie potenzialità.»
E il tuo più grande limite come atleta?
«Ovviamente questa maniera di intraprendere l’attività agonistica, se da un lato mi permetteva di affrontare senza drammi le competizioni, dall’altro diventava il mio punto di debolezza perché mi mancava l’ossessione della vittoria a tutti i costi.»
A proposito di successo, quali vantaggi ha comportato il fatto di essere un’icona dello sport italiano?
«Il successo mi ha procurato due grandi opportunità: poter viaggiare in tutti gli angoli della Terra e incontrare i più svariati personaggi, dal più umile al più altolocato, imparando le varie sfaccettature dell’essere umano e permettendo di farmi una cultura sociale molto ampia e reale. Un altro aspetto che riscontro con piacere è che, ancora oggi, tanti giovani si ricordano di me. Ciò significa che anche se sono passati tanti anni il campione si sente utile per gli altri.»

Tre campioni olimpici dell’atletica italiana: da sinistra Gelindo Bordin, Sara Simeoni e il nostro Livio Berruti
Nella tua vita sei venuto a contatto con moltissime persone. Quali sono stati i personaggi (sportivi e non) più straordinari che hai conosciuto?
«Fra i personaggi più interessanti che ho incontrato c’è stata Margherita Hack, che da giovane praticava l’atletica (bronzo agli Italiani assoluti nel salto in alto), i Premi Nobel Carlo Rubbia e Rita Levi Montalcini, il matematico Piergiorgio Odifreddi, l’economista Alfredo Ambrosetti, il già citato Alberto Bolaffi e uno scatenato Walter Chiari: tutti da invidiare per l’intelligenza e ironia dei loro interventi. Fra gli atleti mi hanno colpito, oltre a Jesse Owens, Dick Fosbuy e Sergej Bubka, citerei Piero Taruffi, un pilota di Formula Uno, ultimo vincitore della mitica Mille miglia, che mi insegnò a guidare auto veloci in pista: come vedi, ho sempre amato la velocità in tutte le sue forme.»
Ai tuoi tempi vigeva una concezione umanistica dello sport: l’attività fisica andava a completare la persona dal punto di vista umano. Per contro, oggi l’atleta deve annullare la propria umanità per raggiungere grandi traguardi. Non c’è il rischio di generare campioni vincenti ma umanamente poco interessanti?
«La mia epoca era dominata da una concezione umanistica e direi aristocratica dello sport, retaggio della scuola greca di Platone, Aristotele, Fidia che poneva lo sport alla pari delle altre attività umane. Lo sport dovrebbe dare a tutti la possibilità di esprimersi, di potersi conoscere, di poter vivere una vita sociale. Ora, invece, tutto è monitorato e monetizzato, inoltre gli allenamenti sono certamente più impegnativi.»

In posa davanti ai propri cimeli sportivi
Ciò è dovuto al fatto che oggi l’atleta di livello è sottoposto ad una pressione enorme rispetto ai tuoi tempi?
«Ai miei tempi lo sport era visto come un modo di vivere sano, senza l’ansia della vittoria a tutti i costi e senza la ricerca affannosa di affermare il proprio ego. Oggi è diventato esasperazione in tutti i sensi, gli atleti sono tutti omologati, con lo stesso apparato muscolare e un identico modo di comportarsi. Lo sportivo è costretto a fare risultato perché ostaggio degli sponsor (aspetto economico) e dei mass media (immagine), due fattori che un tempo non esistevano. Per questo potevamo praticare l’attività fisica con più allegria e serenità. Inoltre, riuscivamo a vivere con tranquillità la nostra vita privata perché la stampa non era pressante com’è oggi, sempre alla ricerca di nuovi scoop. A quei tempi con i giornalisti c’erano ottimi rapporti nel reciproco rispetto.»
Per come si è evoluta la società, oggi Livio Berruti praticherebbe volentieri sport ad alto livello?
«Non so se il mio modo romantico di fare sport si sarebbe adattato all’esasperazione attuale. Io avevo un carattere indipendente, ero innamorato della mia essenza. Perfino il mio allenatore rispettava la mia autonomia. Tra tecnico e atleta non c’era quell’intervento autoritario come ci fu tra Vittori e Mennea.»

A proposito di Pietro Mennea (campione olimpico sui 200m a Mosca 1980), come mai tra voi due non è mai scoccata la scintilla?
«Eravamo due personalità agli antipodi, come Platone e Aristotele. Io ho sempre vissuto lo sport con gioia, divertimento e spensieratezza. Lui lo viveva con sacrificio e sofferenza, portando all’esasperazione il concetto di professionismo. Aveva un continuo bisogno di affermare il proprio ego ed era in perenne conflitto con gli altri e con sé stesso. Ciò non toglie che, con la sua determinazione, ha raggiunto grandi risultati.»
Da Roma 1960 ad oggi lo sport è cambiato anche a livello giovanile. Qual è il miglior consiglio che un campione come te potrebbe dispensare ad un ragazzo che oggi vuole praticare sport?
«Lo sport va praticato senza accanirsi, deve essere un modo per esprimere la propria vitalità e la propria esuberanza fisica in maniera pulita, sana e serena. Consiglio di provare il maggior numero di specialità per scoprire la disciplina più adatta alle proprie caratteristiche morfologiche e psicologiche che non sempre coincidono con la personale inclinazione. Io ne sono un esempio: mi piaceva il tennis ma l’unica azione che mi veniva bene erano le velocissime discese a rete. Inoltre, consiglio di praticare sia lo sport individuale, che insegna a diventare responsabili di sé stessi, sia lo sport di squadra, con cui si impara ad aiutare gli altri.»
Una volta hai affermato: “Mai sottovalutare la curiosità. Perderla significa lasciarsi sconfiggere dalla vecchiaia.”
«La curiosità di conoscere i propri limiti, cercando di superarli per vincere ogni tipo di contesa è la “missione” che Madre Natura ha affidato ai giovani: se perdi questa fiammella ti incammini inesorabilmente verso la vecchiaia.»
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Pietro Perbellini è nato a Verona il 28/8/1984. Residente a San Giovanni Lupatoto.
Come atleta è stato specialista di decathlon e lancio del giavellotto. Scrive principalmente cronache e interviste sull’atletica leggera, sport su ghiaccio, ciclismo e tiro a segno. pietroperbellini@alice.it
Ha scelto Giovanisport per conseguire l’Iscrizione all’Ordine dei Giornalisti.


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