Arbitri
di Carlo Vedovetto

Ci sono scene che non dovrebbero appartenere al calcio giovanile. E invece continuano a ripetersi, con una regolarità inquietante, soprattutto la domenica mattina, quando i campi dovrebbero essere popolati solo da entusiasmo, errori innocenti e voglia di crescere. Durante una partita della categoria Giovanissimi, domenica scorsa, lo spettacolo peggiore non è arrivato dal terreno di gioco, bensì dagli spalti. Offese, urla, pressioni continue hanno preso di mira il direttore di gara: un arbitro giovanissimo, poco più che maggiorenne, chiamato a svolgere un ruolo delicato in un contesto che dovrebbe essere educativo e protetto. Non serve discutere delle decisioni arbitrali. Non è questo il tema. Gli errori fanno parte del gioco, soprattutto quando in campo — e con il fischietto — ci sono ragazzi che stanno imparando. Il vero problema è l’atteggiamento di alcuni adulti, incapaci di distinguere tra partecipazione e sopraffazione, tra tifo e aggressione verbale. Mentre ai giovani calciatori si chiede rispetto, disciplina e autocontrollo, sugli spalti si consuma una contraddizione evidente: genitori che pretendono valori che loro stessi calpestano. E così il calcio, da strumento educativo, diventa veicolo di modelli sbagliati, dove l’urlo sembra contare più della regola e l’offesa più del confronto. Il calcio giovanile non è un palcoscenico per frustrazioni personali. Non è un tribunale, né uno sfogatoio. È — o dovrebbe essere — una scuola di vita. E quando gli adulti falliscono nel loro ruolo educativo, il danno non riguarda solo l’arbitro preso di mira, bensì tutti i ragazzi che osservano e imparano. Resta allora una domanda, scomoda ma necessaria: perché alcuni genitori sentono il bisogno di portare le proprie frustrazioni su un campo di calcio la domenica mattina, durante una partita di ragazzi? Perché trasformare un momento di crescita in un’arena di tensione, scegliendo come bersaglio chi è lì per imparare, esattamente come i loro figli? Forse il problema non è il calcio. Forse è ciò che certi adulti vi riversano sopra, dimenticando che l’educazione non si insegna gridando, ma dando l’esempio.

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