Storie a 5 cerchi, Tiro a Segno
Intervista a Roberto Di Donna
di Pietro Perbellini
PH: Archivio TSN Verona; Getty images; Onorati/ANSA; UITS Mezzelani
Intervista al campione olimpico di Atlanta ‘96 Roberto Di Donna
Ogni sport festeggia le sue speciali ricorrenze, giornate in cui le congiunzioni astrali si allineano in modo da tramutare un momento agonistico in epica, entrando per sempre nella memoria degli appassionati. Per il tiro a segno italiano, il “giorno dei giorni” è il 20 luglio 1996 e, proprio quest’anno, ricorre il trentesimo anniversario. Il protagonista è Roberto Di Donna, nato a Roma l’8 settembre 1968 ma vissuto da sempre a Verona.
Di Donna varca la soglia del Tiro a Segno scaligero a 10 anni, in veste di accompagnatore del fratello che si cimentava con la carabina. Due anni dopo, raggiunta l’età minima consentita, può iniziare a tirare e sarà subito amore a prima vista. «Nonostante non abbia mai avuto la passione delle armi, l’idea di fare centro in quel bersaglio posto a 10m mi ha “folgorato”. Da allora, questo poligono è diventato la mia seconda casa e, da quando sono entrato nelle Fiamme Gialle a 19 anni fino al ritiro, venivo una o due volte al giorno. Qui ho passato l’80% della mia esistenza e lo dico con gioia perché è stato un luogo fondamentale per la mia crescita sportiva e umana.»

Cerimonia di consegna della Stella d’Oro CONI alla Sezione di Verona: un giovanissimo Roberto Di Donna è il terzo da sinistra
Da quel momento il destino di Roberto prende una piega a senso unico. Nel 1982 si impone ai Giochi della Gioventù; l’anno dopo è quarto agli Europei Juniores con tanto di record italiano, trascinando la squadra al secondo posto. Nel 1986, a soli 17 anni, vince il primo di quattro Campionati Europei assoluti. Dopo essere approdato nel gruppo sportivo delle Fiamme Gialle, partecipa come giovane promessa ai Giochi di Seoul ‘88. «Il mio livello di allora non mi consentiva di primeggiare (ndr, arrivò 23esimo nella pistola libera); tuttavia, ho potuto respirare quello che era il mondo olimpico, in compagnia dei miei miti sportivi. Seoul è stata l’unica Olimpiade in cui ho scattato delle foto e partecipato alla cerimonia di apertura. Tornato a casa mi dissi: “E’ stata una bella esperienza, ma partecipare non mi interessa più. La prossima volta si va per fare sul serio”.»
A Barcellona ‘92 si classifica ottavo e, nonostante un po’ di delusione, sente che c’è margine per un ulteriore progresso. Il ’94 è l’anno della consacrazione internazionale, con diverse vittorie in Coppa del Mondo. La stampa specializzata gli assegna il premio di “Tiratore dell’anno”, una sorta di “Pallone d’oro” del tiro a segno. Il salto di qualità è ancor più evidente nel ’95, con la conquista della prima Finale di Coppa del Mondo della carriera (ne vincerà 4 in totale).

Roberto immortalato nel corso dell’Olimpiade di Atlanta 1996 (Onorati/Ansa)
Tuttavia, per entrare nel gotha del proprio sport, è necessario aggiudicarsi l’alloro olimpico, impresa non semplice, considerando che l’ultimo oro italiano era stato conquistato nel 1932 da Renzo Morigi. L’occasione propizia si presenta ai Giochi di Atlanta ’96, dove Roberto, a quel tempo 28enne, si presenta in grande spolvero. «Vincendo le due preolimpiche, arrivai ad Atlanta con i favori del pronostico e con una pressione pazzesca. Per non lasciare nulla al caso studiai maniacalmente il clima che avrei trovato, diradai al massimo le interviste pre-gara e chiesi alla Federazione di non alloggiare nel villaggio olimpico, anche se ciò non fu possibile. Poiché l’ambiente caldo umido favoriva la presenza di zanzare, portai con me una valigia piena di zanzariere da applicare alle finestre. Si trattava di un modo per rimanere concentrato sull’obiettivo.» Il direttore della Gazzetta dello Sport Candido Cannavò, intuendo la possibilità che il lungo digiuno potesse finalmente spezzarsi, sfidò la sorte esibendo in prima pagina, prima volta nella storia della “Rosea”, la foto di un tiratore, Di Donna appunto, con tanto di titolo dedicato. Mai Cannavò avrebbe immaginato che quel presentimento da copertina potesse essere l’antipasto di una delle pagine più gloriose dell’olimpismo azzurro. Fatto sta che, per non accrescere la pressione, a Roberto il giornale non verrà mostrato.

La famosa prima pagina della Gazzetta dello Sport del 20 luglio 1996
Il 20 luglio è il primo giorno di gare di quell’Olimpiade. I tiratori si esibiscono al Wolf Creek Shooting Complex di Atlanta. Nella gara di pistola ad aria compressa da 10m, il format prevede una fase eliminatoria con sei sessioni di tiro da 10 colpi ciascuna, per un totale di 60 colpi. Successivamente, i migliori otto accedono alla finale che prevede un ultimo turno da 10 tiri. Contrariamente a quanto avviene oggi, i punteggi delle eliminatorie vengono sommati a quelli della finale. Si tratta quindi di una vera e propria maratona, con oltre due ore di gara. I partecipanti sono 50, provenienti da 32 paesi, e la gara è di altissimo livello. Oltre al nostro Di Donna, i favoriti sono il bulgaro Kiryakov, oro a Seoul ’88, il russo Pyzhyanov, detentore del record mondiale e argento quattro anni prima, ma soprattutto il cinese Wang, campione olimpico uscente. «Nelle eliminatorie ottengo la più bella serie della mia vita, sparando 22 dieci di fila, cosa che non mi è più capitata. Nell’ultimo turno eliminatorio, però, ottengo un 8 che mi colloca a due punti di distacco da Wang. Mi arrabbio con me stesso per aver dilapidato tutto il tesoretto accumulato. È il momento della finale che prevede anche i decimali (ndr, il 10 può andare da 10.1 a 10.9). Primo tiro 8.3, secondo tiro 9.4: un disastro, da secondo in classifica passo settimo. Tuttavia, in quel frangente avviene la svolta: ho avuto la forza di rimanere concentrato e dimenticarmi completamente della classifica, ignorando lo speaker che, nel frattempo, elencava i risultati degli altri contendenti. Fino ad un colpo dalla fine non conoscevo il mio piazzamento.»
Dopo un inizio di finale disastroso a quei livelli, Roberto inanella una serie perfetta risalendo prepotentemente la classifica. Il vantaggio di Wang appare però incolmabile: ad un tiro dalla fine sono 3.8 i punti che separano i due contendenti, un’enormità.

Un momento della finale olimpica di Atlanta ’96 (Onorati/Ansa)
Proprio in quel momento avviene l’imprevisto che consegna quella gara alla leggenda: si verifica un blackout elettrico dovuto probabilmente all’impianto di condizionamento che sta funzionando a pieno regime per contrastare il caldo torrido. La competizione si blocca per tre interminabili minuti ed è in questo lasso di tempo che i fantasmi del tiro a segno iniziano ad insinuarsi nella testa degli atleti. «Dall’esterno sembriamo serafici ma, in certi momenti, i nostri battiti cardiaci possono arrivare anche a 170 al minuto, come Pantani sul Pordoi. Durante lo stop mi accorgo che Wang tiene una mano sullo stomaco come se stesse male. L’unica cosa a cui penso è di tenermi pronto per sganciare subito il colpo appena viene dato lo start… e così ho fatto, ottenendo un 10.4. Mi giro verso l’allenatore che mi dice: “Sei arrivato secondo”. Memore di tutti gli errori fatti in precedenza sono raggiante per l’argento.»
A questo punto, però, tutti gli occhi sono puntati su Wang, il quale alza e abbassa il braccio per due volte, con il tempo a disposizione che sta per scadere. Alla terza alzata fa partire il colpo e dal pubblico scoppia un boato. Il risultato è un impietoso 6.5, sufficiente per consegnare l’oro a Roberto con un margine di un solo decimo di punto, il minimo possibile dopo 70 colpi sparati (684,2 contro 684,1). Il cinese, immortalato in diretta tv, ha un malore e sviene. Viene fatto uscire dal poligono su una barella, col supporto dell’ossigeno.
C’è però un altro aspetto che ha contribuito a rendere Di Donna uno degli eroi di quella spedizione: il momento temporale in cui si è svolta la gara. Quella finale, infatti, oltre ad essere stata la prima occasione di medaglia per l’Italia in quei Giochi, si è svolta quando da noi era ora di cena. E così milioni di italiani hanno potuto ammirare le gesta del tiratore veronese comodamente seduti a tavola. Probabilmente, se si fosse svolta alle 5.00 del mattino non avrebbe avuto lo stesso eco mediatico e, per uno sport che vive un quarto d’ora di gloria ogni 4 anni, si è trattato di un tempismo perfetto. Sempre in quella trionfale trasferta, Roberto conquista pure un bronzo nella pistola libera dopo essere rimasto in testa per buona parte della competizione; tuttavia, per gli appassionati sportivi, Di Donna rimarrà sempre colui che ha vinto l’Olimpiade all’ultimo tiro.

Roberto mostra orgoglioso la medaglia d’oro olimpica (Getty images)
«Dopo la vittoria organizzarono una festa in mio onore a casa Italia, con ospite Luciano Pavarotti. Il grande tenore mi disse: ”Lei ha fatto una cosa straordinaria per il nostro Paese, se ne renderà conto quando tornerà a casa”. Aveva ragione, da quel giorno la mia vita è cambiata per sempre. Ho ricevuto centinaia di telegrammi e ho risposto a tutti. Al mio rientro mi riconoscevano ovunque e non riuscivo a pagare. Il Presidente Sensi, proprietario della Roma calcio, mi invitò a vedere una partita. Allo stadio venni identificato dai tifosi e un ragazzo mi disse: “Ho visto la tua gara a casa di mia zia, a Testaccio. C’era un caldo torrido e tutto il quartiere teneva le finestre aperte. Quando ha sbagliato il cinese pareva che avesse segnato la Roma” . Per me è una soddisfazione enorme incontrare qualcuno che dice di aver iniziato a sparare dopo quella gara. Per questo ritengo di aver ricevuto dallo sport più di quanto ho dato.»
A Roberto Di Donna, ritiratosi dall’attività agonistica a 42 anni, abbiamo chiesto quali sono stati i suoi punti di forza come tiratore. «La mia soglia della fatica era molto alta. Non ho mai rinunciato al mio momento di divertimento, ma in allenamento la mia dedizione era totale. Non mi sono mai accontentato: un campione deve sempre avere fame. Finivo la gara che avevo dato tutto, spremendomi fino alla fine e trascorrendo la notte insonne, tanta era la tensione accumulata. Basti pensare che dopo trent’anni i miei record italiani sono ancora validi e sono stati ottenuti in gare internazionali. Più la gara era difficile, più riuscivo a concentrarmi nella giusta maniera.»

La chiacchierata verte anche sull’importanza della motivazione, aspetto fondamentale nello sport di alto livello: «È una dote che non si compra, o ce l’hai o non ce l’hai. La mia asticella era fissata ad un’altezza che per gli altri era irraggiungibile. Ad esempio, quando mi allenavo a Civitavecchia, andavo a nuotare alle 7.00 della mattina con un istruttore. Ciò mi serviva soprattutto per rafforzare l’aspetto mentale: il nuoto, attività che odiavo, diventava un mezzo per aumentare la soglia della fatica psicologica.»
Oltre alla motivazione, il tiratore veronese ci ha illustrato un altro fattore che fa la differenza nella carriera di uno sportivo: la curiosità. «Ho sempre voluto ricercare cose che non sapevo. Ad esempio, ho imparato tantissimo allenandomi con alcuni miei avversari. Nel ’94, prima dei Mondiali di Milano, ospitai a casa mia Ragnar Skanaker, uno dei più grandi tiratori della storia, il quale, nonostante avesse 60 anni, gareggiava ancora ad altissimo livello. Lui però aveva un metodo tutto suo di allenarsi, diametralmente opposto al mio: mentre io ricercavo la perfezione ad ogni tiro, lui effettuava tante simulazioni di gara, sparando decine di colpi. Dopo tre giorni, capii che non riuscivo a stargli dietro, nonostante avessi 35 anni in meno. Nonostante approcci diversi, quell’esperienza mi ha insegnato tanto.»
Oggi Di Donna riveste il ruolo di commissario tecnico della Nazionale Italiana di tiro a segno. Ai Giochi di Parigi ‘24, sotto la sua guida, gli azzurri hanno ottenuto eccellenti piazzamenti, in particolare un argento e un bronzo nella pistola ad aria compressa con Federico Nilo Maldini e Paolo Monna. «Ai ragazzi dico sempre che il lavoro che svolgo oggi è cento volte più facile di quando dovevo premere il grilletto. Con il mio staff, di cui ho assoluto rispetto, programmiamo allenamenti, raduni e, quando ci sono le gare, ci occupiamo degli aspetti logistici e organizzativi. Il mio compito è quello di mettere gli atleti nella condizione migliore per fare bene.»

Al centro Roberto Di Donna in veste di CT della Nazionale di tiro a segno. Alla sua sinistra Federico Nilo Maldini, argento a Parigi 2024; a destra, il bronzo olimpico Paolo Monna (UITS Mezzelani)
Rimanendo in tema, abbiamo voluto sapere che possibilità hanno gli azzurri in vista di Los Angeles 2028. «Oggi vantiamo ottimi talenti, specialmente nella pistola da 10 metri. Purtroppo, rispetto ad altre nazioni siamo numericamente in pochi. Il rapporto con la Cina è 1:100, con l’India 1:80, con la Corea 1:50. Nonostante ciò, disponiamo di un’organizzazione e di risorse che ci consentono di valorizzare al meglio i nostri atleti.» Dopo questa analisi, Di Donna ci ha spiegato che le cause di questo disequilibrio sono soprattutto di natura sociale. Secondo la sua visione, lo sport riflette l’andamento economico di una nazione. I cosiddetti “paesi emergenti” come Cina o India, negli ultimi 20 anni si sono evoluti enormemente a livello sportivo, perché spinti da un maggior desiderio di emergere e quindi di voler migliorare la qualità della vita. In Italia il benessere già esiste e ci condiziona parecchio, facendoci perdere la voglia di faticare.

Yifu Wang e Roberto Di Donna trent’anni dopo quella leggendaria finale decisa all’ultimo tiro
Quando abbiamo chiesto se il cuore battesse più forte da atleta o da tecnico, Roberto non ha dubbi al riguardo: «Le ansie che ho provato in gara erano indicibili. Tuttavia, quello che mi manca delle competizioni è il rapporto intenso che riuscivo ad instaurare con me stesso in quei frangenti. A volte era così marcato che non mi accorgevo nemmeno se mi stessero parlando. In ogni caso, il giorno in cui ho smesso è stato uno dei più belli della mia vita, perché nell’ultimo periodo era più la sofferenza della gioia, anche se, nel complesso, si è trattato di un bellissimo percorso a prescindere dall’oro olimpico.»
Concludiamo con un pensiero sui giovani che desiderano cimentarsi con questa affascinante disciplina: «Quando un ragazzo viene al poligono la principale difficoltà è farlo rimanere. Credo che il migliore allenatore per un giovane debba essere un animatore. Io sono andato avanti non solo perché mi piaceva questo sport, ma anche perché ho trovato un ambiente che ha contribuito a farmi innamorare di questa disciplina. Ad un giovane non ha senso parlare di concentrazione e motivazione, prima dobbiamo farlo divertire.»

Pietro Perbellini è nato a Verona il 28/8/1984. Residente a San Giovanni Lupatoto.
Come atleta è stato specialista di decathlon e lancio del giavellotto. Scrive principalmente cronache e interviste sull’atletica leggera, sport su ghiaccio, ciclismo e tiro a segno. pietroperbellini@alice.it
Ha scelto Giovanisport per conseguire l’Iscrizione all’Ordine dei Giornalisti.


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