Pattinaggio velocità su ghiaccio
Intervista a Davide Ghiotto
di Pietro Perbellini
PH: Archivio Ghiotto; Getty Images

L’incontro era fissato per le 16.00 e così è stato: alle 16.00 spaccate è sceso dall’auto. Anche la puntualità è una qualità pregevole in una persona. Dopo i saluti di rito, ho chiesto se al mattino avesse svolto l’allenamento. «Stamattina no, però ieri ho fatto un giro di 300km in bici e dopo l’intervista andrò a pattinare un po’ in pista». Nonostante i Giochi di Milano Cortina siano terminati da poche settimane e questo sia il periodo in cui si può staccare la spina, quando un atleta è abituato alla fatica, la fatica diventa la sua normalità. Il 17 febbraio Davide Ghiotto, protagonista della nostra chiacchierata, ha trascinato la nazionale italiana all’oro nell’inseguimento a squadre del pattinaggio di velocità su ghiaccio (assieme ad Andrea Giovannini e Michele Malfatti), disciplina nella quale il trio azzurro annovera pure un titolo mondiale ed europeo. A livello individuale, Davide è uno specialista dei 10.000m, dove vanta un bronzo olimpico conquistato a Pechino 2022, tre ori iridati, una Coppa del Mondo e un record mondiale.

L’emozionante vittoria di squadra, ottenuta battendo in finale i favoriti americani, è scaturita da una delle delusioni più cocenti della carriera di Ghiotto. Dopo essersi piazzato quarto nei 5000m, l’atleta delle Fiamme Gialle si era presentato alla partenza dei “suoi” 10.000 con l’ambizione di salire sul podio. «Era una gara a cui puntavo moltissimo, ma, giro dopo giro, sentivo che le gambe non rispondevano come avrei voluto. Vedendo i passaggi forniti dall’allenatore e avvertendo la difficoltà nel seguire la tabella prefissata, la testa ha iniziato a ragionare troppo e la mia azione ha perso efficacia, tanto che, negli ultimi giri, ero così deluso che desideravo uscire al più presto dal palazzetto.» Rimaneva però un’ultima possibilità per dimostrare di essere un campione: l’inseguimento a squadre, specialità in cui due nazionali contrapposte si affrontano percorrendo otto giri (3200m) dell’anello ghiacciato. «Il fatto di avere un’ulteriore gara a disposizione mi ha permesso di voltare pagina facilmente. Essendo l’atleta più titolato della squadra italiana ho dovuto archiviare subito la delusione della prova individuale per rimanere concentrato sull’obiettivo e, soprattutto, per trasmettere sicurezza ai miei compagni.» Nel cammino verso l’oro non c’è stato niente di scontato: già ai quarti di finale, l’Italia ha incontrato gli USA (campioni iridati e detentori del record mondiale), principali favoriti per l’oro; tuttavia, i nostri sono stati autori di una prova superlativa, ottenendo il miglior tempo tra le nazioni schierate. In semifinale gli azzurri hanno nuovamente annichilito gli avversari, registrando ancora una volta il miglior crono e garantendosi l’accesso alla finale. Nella prova decisiva hanno ritrovato i temibili statunitensi, ma la gara aveva ormai preso un senso unico: con un’altra dimostrazione di forza, giro dopo giro, gli italiani sono riusciti a minare la solidità degli americani, precedendoli sul traguardo di oltre quattro secondi. Un risultato che ha riportato gli azzurri sul tetto del mondo nella stessa specialità vent’anni dopo l’Olimpiade di Torino 2006. Per aver saputo trasformare la delusione in trionfo e per l’importante ruolo svolto dal pattinaggio su ghiaccio come fucina di medaglie, il CONI ha scelto il vicentino come portabandiera dell’Italia durante la cerimonia di chiusura all’Arena di Verona, insieme alla biathleta Lisa Vittozzi.

In primo piano: a sinistra Andrea Giovannini, a destra Davide Ghiotto. Dietro, in secondo piano, Michele Malfatti

Dopo il trionfo olimpico, la soddisfazione più grande per Ghiotto è stata quella di riabbracciare il figlio Filippo che non vedeva da due mesi. «Questa è purtroppo la contropartita del nostro lavoro ed è quello che nei prossimi anni mi farà riflettere se continuare o meno. Filippo è nato a novembre e, finora, non sono mai riuscito a festeggiare il suo compleanno perché in quel periodo siamo nel pieno della Coppa del Mondo. Inoltre, nel periodo di gare noi atleti dobbiamo vivere in una specie di “bolla”, evitando tutto ciò che può complicare la preparazione. Un banale raffreddore prima dell’Olimpiade può compromettere quattro anni di lavoro.»
In uno sport che, purtroppo, ha i riflettori puntati addosso solamente durante i Giochi, le medaglie rappresentano la punta dell’iceberg di annate di duro lavoro svolto nell’ombra. Ghiotto, pattinatore a rotelle dall’età di sei anni, ha pensato di passare al ghiaccio perché c’era la possibilità di entrare in un gruppo militare e trasformare così la passione in una professione. Nel 2017, dopo la vittoria alle Universiadi nei 5000m e 10000m, questo obiettivo si è realizzato con l’entrata nelle Fiamme Gialle.
I sacrifici sono stati una costante nella vita del vicentino: «All’inizio il supporto della famiglia è stato fondamentale, sia dal punto di vista logistico, per gli spostamenti all’estero, sia dal punto di vista economico. Quando ho iniziato su ghiaccio, vivendo ad Altavilla Vicentina dovevo spostarmi sulla pista di Baselga di Piné (TN). Era l’ultimo anno delle superiori (liceo scientifico). Alla mattina andavo a scuola, poi prendevo un pullman che mi portava ad Asiago e, assieme ad altri ragazzi che pattinavano, raggiungevamo Baselga in macchina. Lì mi allenavo, poi mi fermavo a dormire in un B&b e la mattina dopo prendevo il bus che mi riportava a scuola. Questo almeno un paio di volte a settimana.» In seguito, Davide ha scelto l’università di filosofia a Trento, in modo da essere vicino alla pista per gli allenamenti. «Il primo anno mi sono concentrato maggiormente sugli studi; dal terzo ho frequentato molto poco. Ormai mi allenavo con la nazionale tutti i giorni, anche due volte al giorno, ed ero sempre in giro per le gare. In ogni caso, anche se non è stato facile conciliare tutto, sono riuscito a portare a termine il percorso universitario.»

A proposito di sacrifici, abbiamo voluto sapere come svolge l’allenamento un pattinatore professionista. La preparazione inizia a maggio, con molte ore sulla bici (fino a 20.000 km all’anno) e sui pattini a rotelle e tanto lavoro in palestra (pesi e balzi). Il grosso dell’allenamento su ghiaccio viene svolto a settembre, riducendo man mano il volume di lavoro fino ad arrivare a metà ottobre quando iniziano le gare. «Per noi il blocco maggiore è in estate, mentre il periodo delle gare è una passeggiata in confronto. Passiamo dall’effettuare quattro ore di bici al mattino e tre in palestra al pomeriggio a due ore alla mattina e una/due al pomeriggio in inverno.»
Parlare con Ghiotto ha messo in risalto la grandezza e l’importanza di un evento globale come l’Olimpiade, specialmente in uno sport come il pattinaggio di velocità su ghiaccio: «L’Olimpiade è un mondo a parte. Ci sono atleti che durante la stagione sono a metà classifica e ai Giochi riescono a conquistare una medaglia, altri invece sono superfavoriti e magari arrivano ultimi. Nel mio caso la prima Olimpiade (Pyeongchang 2018) è servita per crearmi un bagaglio di esperienze fondamentali per il prosieguo della carriera. Ovviamente ci sono i fenomeni che riescono a vincere subito, ma il 99% degli atleti ha bisogno di effettuare un certo percorso, prendere bastonate sui denti, capire dove si è sbagliato e rimboccarsi le maniche per evitare errori in futuro. Il problema è che i Giochi si tengono solo due settimane ogni quattro anni: bisogna avere la capacità di assimilare tutto molto velocemente.»
Riguardo il futuro, Davide ragiona con grande maturità: «Al momento non so ancora se parteciperò alle Olimpiadi tra quattro anni. Quando uno sportivo inizia ad accontentarsi non ha senso che vada avanti. Io sono molto pragmatico perché è lo sport che mi ha insegnato ad esserlo. Per questo, d’ora in poi, valuterò di anno in anno e deciderò di proseguire solo se andrò ancora forte.»

Nell’ultima parte della chiacchierata, Ghiotto ha concluso con alcune perle applicabili alla vita di tutti i giorni: «Nella carriera di uno sportivo ci sono tanti giorni no, sono pochi i momenti che ripagano dei sacrifici fatti. Questo però fa parte del gioco: devi essere forte mentalmente per rimanere concentrato sull’obiettivo. La mia è stata un’evoluzione continua: nel tempo ho imparato dagli sbagli e, come nella vita normale, quando inizi a non fare più gli stessi errori migliori. Questo aspetto porta ad un salto di qualità decisivo: diventi consapevole delle tue capacità, ti alleni con maggior motivazione, impari a superare le difficoltà in modo che, quando se ne ripresenta una, sai già come uscirne.»

Pochi giorni dopo l’uscita infelice del Presidente dimissionario della FIGC, che ha definito “dilettanti” tutti coloro che non praticano il calcio professionistico, questa intervista ha messo in chiaro, se mai ce ne fosse stato bisogno, che il successo dello sport italiano sta proprio nella sua biodiversità. Come in natura un’ampia varietà di specie garantisce equilibrio e assicura una naturale sostenibilità tra tutte le forme di vita, così lo sport ha bisogno delle diverse discipline che lo compongono per caratterizzarsi come identità sociale e culturale. Siamo sicuri che chiunque abbia visto in diretta le immagini della finale olimpica dell’inseguimento a squadre abbia provato un intenso brivido lungo tutto il corpo. Per questo dobbiamo dire “grazie” ad atleti come Davide Ghiotto: sono questi gli eroi nell’ombra che, attraverso imprese preparate con riservatezza e umiltà, ci rendono orgogliosi di tifare Italia.

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