Storie a 5 cerchi; Bob
Bobbisti veronesi alle Olimpiadi
di Pietro Perbellini
PH: Archivio personale degli atleti

 

Verona e lo sport del bob hanno avuto da sempre un rapporto speciale. Abbiamo già raccontato l’impresa di Giacomo Conti, palermitano di nascita ma veronese d’adozione, vincitore in coppia con Lamberto Dalla Costa alle Olimpiadi invernali di Cortina 1956 precedendo il mito Eugenio Monti. A quei tempi, l’abilità del pilota alla guida era considerata l’elemento fondamentale per vincere una gara. Non è un caso che, per l’olimpiade casalinga del 1956, la nostra Federazione abbia deciso di reclutare bobbisti tra i membri dell’Aeronautica. Si riteneva che gli avieri, essendo abituati alla spericolatezza e alle turbolenze dei voli, potessero governare meglio la guida di un mezzo su ghiaccio. In sostanza, l’equipaggio era composto da individui audaci e spericolati ma carenti dal punto di vista della preparazione puramente fisica.

A sinistra Lamberto Dalla Costa, a destra il veronese d’adozione Giacomo Conti, vincitori della leggendaria gara olimpica di bob a 2 di Cortina 1956

Tuttavia, verso la fine degli anni ’70, le nazionali più forti compresero che la fase di spinta, in precedenza abbastanza sottovalutata, era essenziale ai fini del risultato finale, e così si iniziò a reclutare atleti dotati di velocità, forza ed esplosività. Ovviamente, l’ambito più adatto per le selezioni non poteva che essere l’atletica leggera. Fu proprio in vista delle Olimpiadi del 1980 che la FISI (Federazione Italiana Sport Invernali) iniziò ad assoldare decathleti, velocisti e lanciatori per colmare il divario fisico con le superpotenze mondiali e, nell’ambito di questa rivoluzione copernicana, il veronese classe ‘54 Gianni Modena possedeva tutti i requisiti per far parte del progetto. Talento puro dell’atletica leggera, balzò agli onori delle cronache nel 1972 per essersi aggiudicato, a soli 18 anni, il Campionato Italiano Assoluto di decathlon, un risultato che gli spalancò le porte della nazionale maggiore (13 presenze totali) e del gruppo sportivo delle Fiamme Oro.

Il talentuoso Gianni Modena impegnato nella specialità singola preferita: il salto in lungo

Come decathleta, Gianni raggiunse l’apice nel 1975, a Parigi, superando lo storico record italiano di Franco Sar datato 1965. In quell’occasione migliorò 5 primati personali (lungo con 7,59m, alto con 1,98m, 110hs con 15”00, disco con 37,44m, 1500m con 4’31”7) e ne eguagliò due (100m con 10”8 e asta con 4,10m), totalizzando 7573 punti. L’anno dopo, la Fidal fissò il minimo per le Olimpiadi estive di Montreal ‘76 a 7650 punti, un limite assolutamente alla portata per un atleta in rampa di lancio, eppure qualcosa non funzionò: «In quel periodo non riuscivo ad ingranare per colpa del troppo allenamento svolto per raggiungere il sogno olimpico. Al termine di quell’annata il fisico chiedeva una tregua, così scelsi di concentrarmi nel salto in lungo, ottenendo un personale di 7,66m, e di iniziare, nel periodo invernale, l’avventura nel bob a 4.»
Dopo una sessione di prove a Tarvisio su bob a rotaia, i riscontri per Modena furono ottimi, e così venne inserito, con il ruolo di frenatore, nel progetto olimpico per i Giochi di Lake Placid 1980. Il battesimo sul ghiaccio avvenne nel 1977 sulla pista di Igls (Innsbruck). «La prima discesa fu tremenda, venivi sbattuto ovunque. Le vibrazioni erano tali che era impossibile contrastare il tremore a cui era sottoposta la mandibola. Inoltre, avevo il terrore che il bob si ribaltasse.» Rispetto ai tracciati di oggi, con lo scheletro in cemento e l’impianto di refrigerazione, a quell’epoca i budelli venivano allestiti nella maggior parte dei casi su superfici naturali, con curve e paraboliche modellate col ghiaccio naturale. In molti punti era addirittura assente il tettuccio di protezione, aumentando il rischio di uscire di pista. In ogni caso, superato lo spavento iniziale, Gianni proseguì la sua avventura in questo mondo fino ad arrivare ai Giochi di Lake Placid. «Resta il ricordo di aver partecipato alla cerimonia inaugurale, con Gustav Thoeni portabandiera. Quelli del bob erano considerati l’ultima ruota del carro (sorride, ndr): al contrario degli sciatori, ospitati in confortevoli hotel di lusso, noi e il resto della squadra alloggiavamo in uno spartano villaggio olimpico.»
La gara andò secondo le previsioni, con l’Italia 11esima dopo quattro manche. «Sapevamo che sarebbe stato impossibile precedere equipaggi più organizzati e titolati. In ogni caso, ho coronato il sogno olimpico mitigando la delusione per la mancata partecipazione del 1976. Non nascondo, però, che il mio cuore ha sempre battuto per l’atletica.»

Una foto della gara olimpica di bob a 4 di Lake Placid 1980. Modena è l’atleta in fondo

Trent’anni dopo, un altro rappresentante dell’atletica leggera veronese ha avuto l’onore di partecipare ad un’Olimpiade nel bob a 4. Mirko Turri, classe 1981, cresciuto nelle fila della Libertas Lupatotina Verona, ha iniziato come velocista vincendo i 100m ai Giochi della Gioventù del 1996, conquistando un bronzo al Criterium Mondiale Allievi di Mosca e ottenendo un personale sui 100m di 10”64. Un giorno, tesserato per la società trevigiana Becher San Giacomo, un compagno di squadra che si dilettava nella disciplina sul ghiaccio gli propose di effettuare una serie di test. «Portò sulla pista di atletica un carrellino su ruote, posizionò alcune fotocellule e chiese chi volesse effettuare delle prove di spinta. Io accettai solo per gioco. Il tentativo andò bene e, alcuni giorni dopo, venni contattato per effettuare test più seri a Vipiteno su un bob a rotaia, ottenendo nuovamente buoni riscontri.»

Il velocista di Golosine Mirko Turri, in maglia Becher San Giacomo

Inizialmente Mirko era restio a sposare il progetto, la priorità rimaneva l’atletica. La svolta arrivò nel 2003: data la concreta possibilità di entrare in un gruppo sportivo grazie al bob, si convinse a provare seriamente. «Dopo alcuni stage con la Nazionale mi scelsero per partecipare ad alcune gare di Coppa del Mondo in Canada. Non ci pensai due volte: mi licenziai dal lavoro e partii per la nuova avventura.»
Da quel momento, gestire le annate sportive non fu affatto semplice:«A marzo trovavo un impiego temporaneo, in primavera ed estate mi dedicavo all’atletica, ad ottobre mi scadeva il contratto di lavoro e così ero pronto per iniziare la stagione invernale di bob. La Nazionale pagava le trasferte e gli hotel; tuttavia, le altre spese erano a carico degli atleti e, quando gareggiavamo all’estero, spendevamo un sacco di soldi in chiamate internazionali. Il precariato è stato il motivo per cui ho dovuto rinunciare alla stagione delle Olimpiadi di Torino 2006. Quell’anno andavo molto forte, ma in settembre trovai un ottimo lavoro e dovetti rinunciare a malincuore alla stagione invernale.»
Non vedendo concretizzarsi la possibilità di entrare in un gruppo militare, Mirko decise di allontanarsi momentaneamente da quel mondo. Tuttavia, ad un anno dall’Olimpiade di Vancouver, il destino bussò nuovamente alla porta: «Mi chiesero di tornare nel gruppo della Nazionale. In quel periodo l’Italia del bob era messa malissimo, a causa dello scarso reclutamento effettuato dopo Torino 2006. Inoltre, gli atleti avevano perso fiducia poiché, senza un progetto concreto e senza la possibilità di entrare nel centro sportivo, nessuno se la sentiva di mettersi in gioco. Intravedendo la possibilità di giocarmi un posto per l’Olimpiade, ho deciso di riprovarci. Iniziai la stagione come riserva ma, dopo aver appurato che spingevo molto forte, venni inserito nell’equipaggio titolare.»

L’equipaggio italiano del bob a 4 alle Olimpiadi di Vancouver 2010 con Mirko Turri frenatore

Così, dopo anni difficili in cui nulla gli è stato regalato, Mirko è riuscito a strappare il biglietto per l’Olimpiade canadese di Vancouver. Al termine delle quattro manche l’Italia ha ottenuto un prestigioso nono posto, un premio alla tenacia e ai sacrifici effettuati in quei duri mesi di avvicinamento. « Il bob o lo ami o lo odi: gareggi al freddo e spesso devi svegliarti presto per trovare ghiaccio buono sulla pista. All’inizio tutto ciò mi pesava ma poi ho iniziato a innamorarmi di quel mondo, diventando amico delle temperature rigide. Negli anni del bob ho realizzato il sogno di partecipare ad un’Olimpiade e ho avuto la possibilità di svegliarmi ogni mattina per dedicarmi al mio sport. Per questo, nonostante qualche delusione, in quel periodo della vita mi sono sempre sentito un privilegiato.»

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