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Carmelo Rado, il romanzo di una vita da lanciatore

Atletica Leggera, Interviste , Personaggi
Intervista a Carmelo Rado
di Pietro Perbellini
PH: Archivio Personale; foto AtlEticamente

 

“Diciamocela tutta, lanciare fino a 92 anni non ha alcun senso logico, sono il primo ad ammetterlo. A questo aggiungerei il fatto che, più di vent’anni fa, uno dei migliori ortopedici italiani mi disse che, per preservare la colonna vertebrale, bisogna evitare il più possibile sforzi torsionali. Nonostante ciò, sono andato avanti lo stesso, ottenendo soddisfazioni sportive in giovane età ma anche, e soprattutto, più in là con gli anni”.

Inizia così la piacevolissima chiacchierata con Carmelo Rado, nato a Oderzo (TV) nel 1933, punto di riferimento a livello mondiale dell’atletica master, dotato di una cultura sportiva enciclopedica e protagonista di una vita ricca di aneddoti.

Carmelo splendido 92enne

Carmelo, raccontaci l’episodio che ha segnato la tua giovinezza. Mio padre emigrò con tutta la famiglia, me compreso, in Cirenaica (Libia Orientale) per lavorare la terra. Nel 1942, dopo l’occupazione del Paese da parte delle truppe alleate in seguito alla battaglia di El Alamein, molti italiani dovettero tornare in patria. Attraverso un corridoio umanitario sbarcammo a Napoli e, in quell’occasione, compresi il significato della parola “profugo”. Lasciando la Libia ci ritrovammo senza nulla in mano, dovendo ricominciare tutto daccapo. È ovvio che, in una tale situazione famigliare, lo sport era visto come una perdita di tempo e io stesso, quando ho iniziato l’atletica, mi sentivo come se stessi facendo un torto all’ambiente in cui ero cresciuto.

I risultati però arrivarono in fretta? Debuttai a 19 anni, scoprendo di essere portato per il lancio del disco. Nel 1956 vinsi i Campionati Mondiali Militari. I continui miglioramenti mi portarono in Nazionale (ndr, 25 presenze totali in maglia azzurra), fino ad essere convocato all’Olimpiade di Roma 1960, che però mi sembrava un palcoscenico troppo grande per la mia persona.

Sul gradino più alto del podio dopo la vittoria ai Giochi Mondiali Militari nel 1956

In quella gara affrontò alcuni tra i più grandi discoboli della storia. C’era lo squadrone americano, composto dal fenomenale Al Oerter (ndr, vincitore di 4 Olimpiadi consecutive), da Dick Cochran e Rink Babka, detentore del record mondiale con 59,91m in comproprietà col campione europeo Edmund Piatkowski, anch’egli tra i partecipanti. Inoltre, all’ultima recita olimpica, era presente il “mitologico” Adolfo Consolini. Al cospetto di questi “mostri”, mi chiedevo se fossi degno di condividere con loro il villaggio olimpico. Vedendomi in crisi, l’allenatore mi ordinò di fare un giro per schiarirmi le idee e, al termine della camminata, mi disse:” Guardati intorno, non vedi che, con quel tuo fisico, sono gli altri che dovrebbero avere paura di te?!”. Così, in quei giorni venni addirittura soprannominato “The Body” e momentaneamente il mio ego riuscì a convincersi.

Carmelo Rado, a sinistra, attento ai consigli del mito Adolfo Consolini

Mentalmente c’erano delle crepe, ma fisicamente si era presentato nella sua massima forma. Lo capii durante il riscaldamento pre-gara, lanciando costantemente attorno ai 60 metri. L’allenatore si fregava le mani immaginando che potessi fare lo sgambetto a qualcuno dei grandi. Invece, all’ingresso dello Stadio Olimpico entrai in uno stato di “ipnosi”. Schiacciato dalla pressione, solo dopo i tre lanci di qualificazione mi accorsi di essere settimo, primo degli esclusi da una finale a sei (ndr, dall’Olimpiade successiva la finale sarà a otto) ampiamente alla mia portata. Vinse Oerter col nuovo record olimpico di 59,18. Questa grande delusione sportiva mi ha stimolato a proseguire l’attività sportiva perché, dentro di me, sentivo di valere più di un settimo posto alle Olimpiadi.

L’ultimo lancio della gara olimpica di Roma 1960

Successivamente, iniziò una nuova vita in un paese a quell’epoca sconosciuto a noi europei. Per motivi lavorativi mi trasferii con la moglie in Sud Africa e lì vissi per dieci anni, continuando la carriera sportiva e stabilendo, nel 1969, il record personale con 58,45m. A quel tempo il Sud Africa era un mondo sconosciuto, soprattutto dal punto di vista sportivo. La politica di segregazione razziale vigente aveva portato al boicottaggio della squadra sudafricana a partire dalle Olimpiadi del 1968. Molti grandi atleti ne fecero le spese, impossibilitati a partecipare agli importanti eventi sportivi di quegli anni.

Casualmente, durante una gara sentì menzionare un certo Marcello Fiasconaro. Rimasi basito nell’udire un nome italiano in quel contesto. Chiesi numi ad un allenatore sudafricano che mi confermò l’italianità di Fiasconaro: il padre, baritono siciliano, era stato fatto prigioniero dagli inglesi nella Seconda guerra mondiale e deportato in Sud Africa, dove divenne direttore d’orchestra presso il teatro dell’opera di Città del Capo. Lì conobbe una signora belga, dalla cui unione nacque, nel 1949, Marcello.

Cosa la colpì di quel ragazzo? Notai che, pur correndo “a spallate” alla maniera dei rugbisti, era dotato di un grandissimo talento e, se fosse rimasto in Sud Africa, non avrebbe mai potuto ambire ad un palcoscenico internazionale. Così, lo segnalai alla Federazione Italiana e il Presidente Primo Nebiolo non si fece sfuggire l’occasione. Nel 1971 Fiasconaro sbarcò nella penisola come cittadino italiano. Il resto è storia: nel 1973 siglò, all’Arena di Milano, quel fantastico record mondiale (1’43”7) negli 800m che è tuttora record italiano.

Ora però veniamo alla sua carriera da atleta master. Essendo nato a Oderzo (TV), mi considero come il radicchio trevigiano tardivo. Nonostante abbia ottenuto ottimi risultati da assoluto, considero molto più interessante la mia carriera da atleta master. Ho lanciato ininterrottamente per più di 70 anni, senza mai una pausa. Da questo punto di vista credo di essere un unicum nello sport. In tutti questi anni ho ottenuto 18 record mondiali, quasi 50 record italiani e 120 titoli di Campione Italiano master (ndr, l’ultimo lo scorso ottobre condito da un record europeo). Per poter comparare i risultati ottenuti da atleti di età diverse sono state redatte apposite tabelle. Ebbene, alcuni dei miei record sono così eccezionali da aver obbligato la Commissione Tecnica Internazionale a rimodulare i punteggi.

Immortalato in occasione dei campionati italiani di pentathlon lanci di ottobre (Foto AtlEticamente)

Secondo lei, qual è il vero valore dell’atleta Master? Un master non deve essere un atleta che si allena per ottenere dei risultati, ma per raggiungere una longevità lunga e sana. Faccio un esempio: anche quest’anno sono riuscito a stabilire l’ennesimo record mondiale nella categoria M90, però, se valuto il mio gesto tecnico attuale, mi sento in imbarazzo pensando ai risultati che ottenevo in epoca pre-covid. Quindi, ha più valore il record in sé o il fatto che un 90enne abbia ancora voglia di tenersi in forma per gareggiare e passare una giornata in compagnia di amici? Sicuramente il secondo punto. Per questo dico che il grande Master non è il grande atleta ma il grande vecchio, ovvero colui che ha amore e cura per la propria persona.

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