Inchieste
Calcio e Fede
di Mattia Tregnago
Calcio e fede religiosa, due aree semantiche radicate agli antipodi dell’evoluzione umana, possono riunirsi sotto un’unica grande sfera argomentativa, capace di accomunare queste due materie di vita, apparentemente discordanti nel quotidiano dell’uomo? Due stili di vita diametralmente opposti secondo le credenze popolari, incapaci di convivere armoniosamente al seguito di un fil rouge comune, in rappresentanza di categorie cristallizzate nella propria area di competenza, scordandosi che l’uomo è stato modellato per convivere armoniosamente con i propri simili, al di là d’ogni discrepanza di sesso, etnia ed, appunto, religione. Perchè se la dottrina religiosa implica nella propria essenza l’uso e il ricorrere sistematico al dialogo personale e collettivo con un’entità superiore, talvolta ultraterrena, anche fra le traslazioni più inalberate del calcio possiamo notare un tale coinvolgimento emotivo tanto da esserne invasati ed estasiati. Lo sport più seguito al mondo e la religione possono dunque vantare alcuni punti di contatto, attraverso i quali poter proporzionalmente amalgamarsi in un insieme omogeneo di vitalità, identità, magia?
Per analizzare questo tema tanto complesso quanto affascinante, ci affidiamo ad uno scampolo di intervista rilasciata da Silvio Baldini, illustre allenatore del calcio italiano, fresco di vittoria nei playoff Serie C con il suo Pescara, ai microfoni del quotidiano “Il Centro” lo scorso settembre: “(…) Io sono cattolico, ma anche cristiano. Chi è cristiano crede nell’aldilà. E se uno crede nell’aldilà sa che si può fare qualcosa di oltre. Aldilà della realtà. A volte sento parlare del cristianesimo come la rovina di questo mondo, ha illuso con la salvezza dell’anima di creare un futuro. Prima c’è l’io e poi la società. Io sono per la società, però mi sento cristiano perché non posso pensare che quando muoio non c’è più niente. Siccome per me c’è qualcosa, perché la vita mi ha dato degli esempi che me lo fanno credere, non perché sono un mago. Vivo bene così a sognare, a trasmettere ai miei figli e ai miei giocatori certi principi. Esistono i miracoli? Per me sì.”
Dal punto di vista temporale, la fede religiosa trova le proprie radici millenni prima rispetto al gioco del calcio: precisamente nel Paleolitico (2,5 milioni di anni fa), con pratiche come il culto dei morti e la sepoltura dei defunti. Questi primi riti suggeriscono una credenza nella sopravvivenza dopo la morte e un tentativo di interagire con il mondo spirituale. Una delle grandi domande poste dall’uomo fin dagli albori comprende proprio l’argomento appena citato; nel tempo l’irrefrenabile curiosità di svelare realmente quale fosse la sorte dell’uomo dopo la morte ha scaturito feroci dibattiti tra l’opinione pubblica, influenzando artisti, scrittori, filosofi, che a tale argomento hanno dedicato non solo brevi poesie o futili conversazioni, ma opere di fama mondiale e dibattiti dall’esito ancora incerto. Tra le correnti più illustri, ricordiamo l’influenza dello stoicismo e dell’epicureismo nel corso dell’età classica ellenistica, fortemente caratterizzata da contrastanti opinioni fornite da celebri poeti e filosofi. I cristiani, in particolar modo i cattolici, circa il 70-75% degli italiani, 1,4 miliardi di persone del mondo, trovano una soluzione parziale affidandosi alla parola del Vangelo e delle Sacre scritture, nelle quali viene ribadito a più riprese il bisogno di condurre una vita sana e virtuosa, lontana dai vizi e della mondanità terrena, dedita alle opere di carità, pur di potersi guadagnare un posto privilegiato dopo la morte nella terra del Paradiso, ripudiando le tentazioni maligne del male, rappresentato dal Diavolo, capace di portare l’animo umano nell’infausta regione dell’inferno. Tale dedizione e disciplina possiamo scovarla in moltissimi tra le 3,5 miliardi di persone che nel mondo seguono il calcio; non solo semplici invocazioni alla divinità prima della gara, affinchè l’esito dell’incontro possa arridere ai propri colori, oppure un segno della croce prima di calcare il terreno di gioco, pratica diffusa tra gli sportivi, ma veri e propri rituali quasi ad interpretare il calcio come una fede. Cori, striscioni, migliaia di chilometri macinati nel corso della stagione pur di non abbandonare i propri beniamini, oltre ogni impedimento ed oltre ogni risultato sportivo. Perchè i veri sportivi non sono le persone presenti solamente nel momento di esaltazione, i cosiddetti “occasionali”, presenti solamente nelle grandi vittorie, nei momenti di massima gioia, ma assenti nei periodi di difficoltà, quando, proprio come insegna la fede religiosa, aiutare il prossimo è segno di nobiltà d’animo e massimo rispetto dei valori tanto ignorati dalla società corrente. Proprio come nell’ambito calcistico, anche la religione vanta un corposo novero di fedeli presenti alle funzioni o dediti al culto solamente nelle ricorrenze più diffuse, come il Natale o la Santa Pasqua, ma talvolta assenti nel corso dell’anno pastorale, mettendo alla luce, proprio come gli sportivi “occasionali”, una fede superficiale e legata alla futile esaltazione terrena, molto spesso breve ed illusoria, legata ad un gesto compiuto più per spontanea inerzia che reale comprensione di ciò che si va ad affrontare. Riprendendo il concetto del sacrificio e dello sguardo verso il prossimo, la storia del calcio è costellata di eventi di beneficenza e donazioni in favore dei meno abbienti dal punto di vista economico, sociale, medico. Annuali sono le manifestazioni organizzate a livello nazionale in favore di associazioni in costante lotta contro i temi più delicati ma che necessitano di risposte sempre più risolute come la fame e, più in generale, la povertà nel mondo, le malattie terminali, ma anche le tematiche legate all’ambiente, all’istruzione, e tanto altro. Nel mondo del calcio tutt’oggi ricordiamo e registriamo notevoli elargizioni da parte di calciatori stessi, in persona, volenterosi di mettere a disposizione i propri sproporzionati guadagni pur di regalare il sorriso a coloro che di sorridere non hanno nessun motivo; tra gli esempi più illustri riportiamo Messi, che nel corso della carriera si è distinto più volte per azioni benefiche. Il fenomeno argentino, per fare solo un esempio, nel 2019 ha donato 200 mila euro ad un ospedale pediatrico di Barcellona impegnato nella ricerca della cura del rabdomiosarcoma, malattia che colpisce bambini e adolescenti portandoli velocemente alla morte. Anche Sadio Manè, ricordando la difficile infanzia vissuta nel proprio paese d’origine, il Senegal, si esprime così circa la volontà di mettere a disposizione una parte del proprio guadagno a favore dei più bisognosi: “Perché dovrei volere 10 Ferrari, 20 orologi tempestati di diamanti o due aerei? Cosa potrebbero fare questi oggetti per me o per il mondo? Ho patito la fame, ho dovuto lavorare nei campi, sono sopravvissuto a momenti duri, giocando a calcio scalzo. Non ho avuto un’istruzione e tante altre cose ma oggi, con quello che guadagno grazie al calcio, posso aiutare la mia gente”. Basterebbero queste, bellissime parole dell’ottobre 2019 per comprendere il pensiero, e il cuore, di Sadio Manè. A queste, però, aggiungiamo anche i fatti. Il forte esterno offensivo del Liverpool, infatti, ha donato quasi 300 mila euro al Senegal per costruire una scuola in modo che i bambini del posto possano istruirsi, ha contribuito alla realizzazione di uno stadio, donando anche abiti e scarpe. Inoltre regala 70 euro al mese ai poveri di una regione del suo Paese natio. Gesti mirabili che riportano alla generosità ed alla bontà d’animo insita nel buon Cristiano e, più in generale, in tutti i credenti, volenterosi di porgere una mano ai meno abbienti, alla ricerca di condivisione e giustizia, proprio come Madre Teresa di Calcutta, figura religiosa di spicco dello scorso secolo, che decise volontariamente di dedicare interamente la propria vita all’assistenza di poveri e malati, desiderando addirittura di passare a nuova vita condividendo gli ultimi istanti della propria esistenza tra i più poveri dal punto di vista economico, ma di certo non dal punto di vista umano. Un altro contatto diretto tra il mondo del Calcio e la religione è rappresentato dai luoghi sacri, dove esprimere al massimo l’emozionalità personale e collettiva; dal punto di vista religioso, gli edifici sacri fin dagli albori sono stati protagonisti di eventi di rara fattura, a simboleggiare non solo il senso di collettività e condivisione dell’uomo, ma anche la ricerca di motivazioni, spunti dai quali ripartire, un appiglio di speranza al quale aggrapparsi pur di non sprofondare nell’ozio e nell’indifferenza; così gli stadi di calcio, teatri di battaglie sportive leggendarie entrate nell’olimpo dello sport mondiale, dove un pizzico di immancabile magia rende tutto così follemente incerto producendo la giusta adrenalina, alla ricerca della spinta collettiva e di emozioni indescrivibili che, in molte persone, viene a crearsi non solo al contatto con la divinità, ma anche per la gioia di un gol segnato al novantesimo, un rigore parato, una coppa alzata al cielo. Tra i sentimenti più profondi troviamo la resilienza e la fame di riscatto, capaci di spingere il cuore al di là dell’ostacolo, non solo nel dialogo religioso, culmine di un tortuoso percorso spirituale, ma anche sul rettangolo di gioco, dove, una volta raggiunto l’obiettivo fissato, la gioia spruzzata da ogni poro offusca parzialmente le difficoltà incontrate nel percorso o, quantomeno, le giustifica pienamente; quest’ultimo termine, il percorso, lega fortemente calcio e religione, in quanto alcune correnti religione, come il Buddhismo e l’induismo, individuano il percorso verso l’obiettivo finale come il punto sul quale focalizzarsi al massimo con rigore e consapevolezza, ignorando in parte l’effimero arrivo. Anche in questo caso, ci affidiamo al “filosofo” Silvio Baldini, espressosi così nel giugno 2022: “Dicevo loro che i monaci si avvicinano a Dio sull’Himalaya con la preghiera, noi dovevamo farlo attraverso il campo cercando noi stessi in ogni allenamento (…) Ho sempre fatto capire ai ragazzi che la cosa più importante fosse il percorso, facendoli innamorare di questo. Se ti innamori del percorso, non speculi.” Un altro punto di incontro lo individuiamo nella figura dell’eroe, della figura carismatica prototipo di perfezione più dal punto di vista umano e caratteriale, piuttosto che dal punto di vista fisico. Nel corso dei secoli la rappresentazione delle figure divine è stata studiata con dovizia di particolari dalle individualità più illustri del mondo dell’arte, incimentatesi nell’interpretare le Sacre Scritture secondo un misto di compresione universale e personale, proponendo il giusto pathos emotivo attraverso quadri parlanti, in grado di trasudare emozioni e significati in ogni dettaglio. Raffaello Sanzio e Botticelli tra gli artisti più devoti nel raffigurare l’Immacolata come portatrice delle più nobili virtù in qualità di madre e donna, oltre che dolcezza e grazia. Nel corso degli ultimi decenni lo Sport è stato ricco di figure modello alle quali affidarsi con dedizione, nella speranza quantomeno di potercisi avvicinare per comportamento e aplomb. Questa moda, spopolata negli ultimi anni, ha rivestito la figura del calciatore di un ruolo fondamentale nella sensibilizzazione di tematiche mondiali e nel porsi come figura d’esempio soprattutto tra i più giovani, mettendo in luce che l’aspetto economico non acquista i comportamenti più nobili, al contrario vanno esaltati e ricercati fedelmente. Tra i ricorsi storici più recenti, lo stesso Papa Francesco, all’anagrafe Josè Mario Bergoglio, scomparso lo scorso 21 Aprile, individuava nel Calcio il giusto viatico come gioco di squadra e strumento di unione, di gioia, di leggerezza, grazie al quale operare all’unisono per superare le difficoltà. Bergoglio, celebre tifoso del San Lorenzo, team argentino, ricordava così, nel 2021, il campionato vinto dai propri beniamini rossoblu nel lontano 1946: “Ho memoria, in modo particolare, del campionato del 1946, quello che il mio San Lorenzo vinse. Ricordo quelle giornate passate a vedere i calciatori giocare e la felicità di noi bambini quando tornavamo a casa: la gioia, la felicità sul volto, l’adrenalina nel sangue”. Lo stesso Pontefice argentino individuò un idolo calcistico personale, sorprendendo, con la propria saggia risposta, gli uditori e tutti i lettori: “Maradona come giocatore era un grande, ma come uomo ha fallito. È scivolato con la corte di quelli che lo lodavano e non lo aiutavano. È venuto a trovarmi qui il primo anno di pontificato e poi poveretto ha avuto la fine. È curioso: tanti sportivi finiscono male. Anche della boxe. Messi è correttissimo. È un signore. Ma per me di questi tre il vero grande signore è Pelé. Un uomo di un cuore; ho parlato con lui, una volta l’ho incontrato su un aereo quando ero a Buenos Aires, abbiamo chiacchierato. Un uomo di una umanità così grande.” Le parole del Santo Padre rivelano con certezza l’importanza non solo del Calcio, ma dello Sport in generale, come strumento di unificazione universale producendo punti di contatto talvolta impensabili ma pur sempre possibili, tutti riuniti sotto un unico simbolo, una sciarpa, uno striscione, un coro d’incitamento, icone nel mondo sportivo; così anche la fede religiosa, fondata sulla logica matematica nell’uso sistematico di oggetti e quantità simboliche, come il concetto della perfezione, rappresentata dal numero tre, sinonimo di Santissima Trinità(Padre, Figlio, Spirito Santo), e così traslata nel conteggio di vari elementi all’interno delle Sacre Scritture. Infine non va scordata la frequente abitudine di interpretare la fede, da parte degli sportivi, per mezzo di gesti scaramantici, talvolta bizzarri e grotteschi, nella speranza che la dea bendata, o chi per lei, possa porgere una mano d’aiuto affinchè si giunga all’obiettivo finale, dimostrando come la fede sia incarnata dagli sportivi più di quanto si possa immaginare. Ricordiamo Trapattoni, durante il Mondiale di Calcio 2002, fu solito cospargere il terreno di gioco di acqua santa, auspicandosi di allontanare la sconfitta e propiziare la vittoria. Anche il pluripremiato Roberto Baggio, rivelando la propria fede nel buddismo come ricerca di conforto nei momenti più bui della propria carriera, era solito riportare, sulla fascia da capitano, alcune tra le frasi più celebri della filosofia buddista. Quest’ultimo esempio riprende il concetto di fede come ricerca di conforto al di fuori della vita pubblica, appartenente piuttosto alla sfera privata, dove poter esprimere con autenticità il proprio credo lontano dai riflettori, riesumando tradizioni e senso di appartenenza alla propria civiltà ed al proprio culto d’origine.
In conclusione, possiamo constatare che fede e religione vivono, all’interno dell’uomo, lungo un binario parallelo, talvolta tanto vicino da creare quel minimo contatto che tanto basta al reciproco scambio di concetti, nella speranza di ricevere sostentamento e certezze l’uno dall’altro, scovando analogie spesso impensabili nel ragionamento umano, dimostrando invece come i punti che accomunano queste due colonne sociali siano imprescindibili tra loro e, sopratutto il calcio, frutto di una fede che raccoglie il più ampio parco di significati in ogni crisma religioso, comprendendo le scaramanzie, le credenze più autentiche da parte degli sportivi più illustri, influenzando notevolmente i lunghi weekend sportivi in tutto il mondo, producendo, nel cuore del tifoso, quella stessa fede religiosa da emulare nel corso di una gara, riprendendone i gesti, le emozioni contrastanti, la gioia della comunità e la delusione di nazioni intere. Un complesso intreccio insito nello spirito delle persone lega fede religiosa e calcio, fornendo probabilmente una valida motivazione per cui il mondo del pallone sia tra i più seguiti al mondo, praticato in ogni nazione, sognato da milioni di bambini nel mondo. D’altronde, come dice Silvio Baldini, “se non hai fede è inutile” ed, a farne eco, le recentissime dichiarazioni del noto radiocronista Repice, in piena aderenza con il tema centrale dell’inchiesta portata: “Ero piccolo e mio padre mi portò allo stadio Olimpico per vedere un derby (…) da quel momento la Roma ha rappresentato per me una forma di religione, un qualcosa che ho vissuto in maniera totale e coinvolgente.”



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