Nazionale Italiana
di Mattia Tregnago
Nessuna novità all’orizzonte: Italia nuovamente esclusa dai Mondiali; fatale agli azzurri di mister Gattuso la rigida trasferta in quel di Zenica, dove i padroni di casa della Bosnia sono riusciti a staccare il pass per la spedizione mondiale americana ai tiri di rigore. Mai come questa volta il Mondiale era apparso così vicino alla banda di mister Gattuso; illusorio il 2-0 imposto all’Irlanda del Nord lo scorso giovedì. E proprio quando abbiamo intravisto la possibilità di riassaporare la spensieratezza e la gioia delle celebri Notti Magiche, di poter fieramente intonare il nostro inno davanti agli occhi di tutto il mondo, il destino, crudele ma verace, ha bussato insistentemente alla porta, finendo per sfondarla a distanza di quattro anni dall’ultima volta, quando galeotto fu la Macedonia dell’ex Palermo Trajkovski. La già recidiva ferita si è irreparabilmente ingigantita, e per un’altra estate la maglia azzurra di milioni di tifosi resterà appesa nell’angolo più oscuro dell’armadio, pregna di polvere e di ricordi che, anno dopo anno, vanno scemando. Ciò che spaventa maggiormente sta nel fatto che, per la Nazionale Italiana, sembra prassi ritrovarsi ogni edizione a sputare sangue sino all’ultimo minuto, per poi, a pochi passi dal traguardo, cadere come un soldato mutilato. Di certo non inizia oggi la debacle del calcio italiano, ma l’inesorabile decadenza verso l’ apatia e la mediocrità calcistica risulta ormai “sermo quotidianus” nella vita di tutti noi sportivi,e questo spaventa tutti gli addetti ai lavori; la modestia offusca ogni tipo di ambizione, alimentando ulteriormente la già desolante condizione calcistica in cui dimora la Nazionale. Nei prossimi giorni, riverseranno, su tutti i quotidiani nazionali e locali, processi ed inquisizioni contro il gruppo squadra, lo staff, la dirigenza, ciò è inevitabile. Per risolvere questo enorme limite, bisognerebbe innanzitutto partire dalle piccole realtà, quelle locali, quelle (forse) ancora veraci, oneste, pulite. Cerchiamo di valorizzare i giovani del nostro territorio, di non legarli severamente ad un modulo di gioco, ma di lasciar loro la possibilità di inventare, spaziare e, perchè no, anche di sbagliare. L’attaccamento ad una maglia non si costruisce con il denaro, ma con il sudore, la costanza, la fame di vittoria, di rincorrere l’avversario sino all’ultimo secondo, di sacrificarsi per un compagno. Diamo possibilità ai più piccoli di esprimersi, è impensabile che, da un anno all’altro, siano totalmente spariti i celebri “giovani talentuosi” che tanto ci hanno fatto gioire ed emozionare anni orsono. Spesso, rinnovare implica il ritorno a vecchi costumi, usi, tradizioni. Torniamo a respirare un calcio più autentico, genuino, semplice, fatto di piccoli ma significativi gesti, sconnesso dalla logica della compra-vendita mondiale di giocatori provenienti da ogni parte del mondo. Solo così potremo permettere alla bandiera azzurra di tornare a sventolare sul tetto del mondo.
Torneremo ad essere un cigno, sebbene ora appariamo come un brutto anatroccolo. La “nonna d’Europa” (così siamo conosciuti) è ferita, ma non abbattuta. Gli azzurri di Gattuso escono dal campo a testa alta, ma la delusione di un altro Mondiale da vivere con indifferenza prevale sopra ogni giudizio e giustificazione. L’aria che spira deve mutare, al più presto, dalle realtà minori sino ai vertici, come i timonieri di una nave che, in preda ad una burrasca, navigano all’unisono pur di salvare quel poco che di salvabile resta.



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