Atletica Leggera
Atelti che hanno conosciuto Berruti
di Pietro Perbellini
PH: foto Zikovic; fonti storiche web; archivio personale Rado e Monti

 

Abdon Pamich, Carmelo Rado e Mario Monti: il ricordo di tre atleti che hanno conosciuto il grande Livio

Nonostante siano iniziati oggi i Campionati Europei di Birmingham, l’atletica sta ancora piangendo la perdita del mito Livio Berruti. Tanti i messaggi di cordoglio da parte dei personaggi dello sport e della cultura. Oggi siamo riusciti ad interpellare alcuni ex atleti che con Livio hanno condiviso le esperienze di vita sui campi di gara, nello scintillante fulgore della gioventù.
Il primo è stato un mito dello sport italiano, Abdon Pamich, oro nella 50km di marcia a Tokyo ’64 e bronzo in nell’Olimpiade romana di cui Berruti fu l’uomo copertina. Il fiumano, 93enne, in questi giorni è in vacanza in quella sua Fiume che, prima del 1947, si trovava in  territorio italiano. Con l’avvento del regime comunista di Tito, gli abitanti di quelle zone, tra cui lo stesso Pamich, furono costretti a fuggire in Italia, dando inizio al drammatico esodo giuliano-dalmata.

Abdon Pamich, oggi 93enne (foto Zikovic)

«Si vede che questo è un periodo triste per me: l’altro ieri è venuto a mancare un marciatore ex compagno in nazionale, Sergio Cignoli; ieri invece Livio… sono dispiaciuto.»

Abdon, con Livio avete frequentato Schio per preparare le Olimpiadi del ’60.
«Quando ci allenavamo a Schio, in preparazione alle Olimpiadi romane, c’era anche lui ma, rispetto agli altri, aveva degli orari un po’ diversi da noi (ndr, sorride). Lui scendeva in pista in tarda mattinata perché andava a dormire tardi. Prendeva lo sport con gioia, senza pressioni. Oggi invece vedo tutti incazzati, credo siano i soldi. Noi dallo sport non abbiamo guadagnato economicamente ma almeno l’abbiamo vissuto meglio di come lo si vive adesso.»

Cosa ti aveva colpito di lui come atleta?
«Aveva una dote naturale, quando correva sembrava volare, una leggerezza di corsa impressionante rispetto ai bestioni di adesso.»

Nella tua carriera avete condiviso ben tre Giochi Olimpici, Roma ’60, Tokyo ’64 e Città del Messico ’68.
«Io feci anche Montreal ’56 ma con Livio ho gareggiato nelle tre Olimpiadi successive. Le nostre specialità erano molto diverse, ma ci si incontrava spesso in albergo.»

Cosa ricordi di lui come persona?
«Era un ragazzo di compagnia, molto socievole ed educato. Spesso, quando muore qualcuno si tende a farlo santo. Però Livio è stato un vero signore. Di qualcun altro, anche se è morto, non potrei dire altrettanto ma di lui assolutamente sì.»

L’iconico arrivo di Abdon Pamich in occasione della vittoria olimpica nella 50km di marcia di Tokyo

A quei tempi, tra voi miti dell’atletica italiana ci sono stati contrasti o invidie?
«Mai stati, anzi, ci stimavamo molto a vicenda. Quando arrivò quinto a Tokyo fui dispiaciuto per lui. Bisogna dire, però, che dopo Roma aveva perso un po’ le motivazioni. Non dico che a Tokyo avrebbe vinto ma avrebbe ottenuto sicuramente un’altra medaglia.»

Dopo essere diventato campione olimpico Livio aveva incrementato gli allenamenti?
«Che io ricordi no, il suo era un dono di madre natura. Se si fosse allenato come fanno oggi chissà dove sarebbe arrivato.»

Forse però si sarebbe stufato prima?
«Forse sì, lui ha sempre praticato lo sport con serenità e, alla fine dei conti, ciò che ti resta nella vita è il ricordo di come l’hai vissuto.»

 

Un’altra icona dell’atletica italiana che ha gareggiato negli anni di Berruti è Carmelo Rado, classe 1933, settimo nel disco ai Giochi di Roma. Carmelo ha vissuto per diversi anni in Sud Africa e si deve a lui la scoperta e la segnalazione alla FIDAL di quel Marcello Fiasconaro che, naturalizzato italiano, nel 1973 stabilì all’Arena di Milano il mondiale sugli 800m. Rado, personalità dotata di acutissima intelligenza e grande cultura sportiva, ha una particolarità unica: non ha mai smesso di lanciare. Dopo più di 70 anni scende ancora in pedana per gareggiare…e vincere. È considerato all’unanimità come uno dei più grandi atleti italiani master di ogni tempo.

Una foto gentilmente concessa da Carmelo Rado, a destra, ritratto in compagnia di Livio Berruti, a sinistra.

Carmelo, anche tu ricordi Berruti al raduno pre-olimpico di Schio…
«Io mi allenavo alle 8.00 del mattino, lui usciva in tarda mattinata dopo un’abbondantissima colazione. Ricordo che a Schio viveva un avvocato benestante di 24 anni, Marcello si chiamava, che si era messo in testa di vivere il clima olimpico assieme a noi atleti. Suo padre era proprietario di una fabbrica tessile dotata di un campo da tennis. Ebbene, questo Marcello era diventato il compagno di tennis fisso di Livio. Quest’ultimo, infatti, preferiva sfogare la sua vitalità sulla terra rossa piuttosto che in pista.»

Com’erano i rapporti tra di voi?
«Eravamo due razze molto lontane, lui velocista, io lanciatore; io profugo dalla Cirenaica, lui appartenente ad una famiglia benestante torinese. Però c’è sempre stato grande rispetto reciproco nonostante la differenza di status sociale. Ha sempre avuto un atteggiamento signorile, educato, posato, riservato ma mai altezzoso. Non veniva in campo per creare scompiglio, a me invece toccava litigare con gli altri lanciatori perché venivano a far cagnara. Inoltre, non era un donnaiolo come tanti lo dipingono.»

Com’era il Berruti atleta?
«Un campionissimo che ho sempre ammirato. Berruti rappresentava l’emblema del talento naturale e, a quei tempi, se disponevi di questa dote non serviva spremerti per poter arrivare alle Olimpiadi. Una corsa spontanea ed elegante come quella di Livio è possibile solo se Madre Natura è stata generosa con te.»

 

Terminiamo infine con un breve pensiero del lanciatore di peso Mario Monti, nato a Faenza nel 1937. Monti, 17 presenze in Nazionale, mancò la qualificazione olimpica nel ’60 per soli 4 cm, raggiungendo i 16,96m quando il limite era 17,00m. Nonostante ciò, ebbe modo di rifarsi in vita, conseguendo un diploma in ragioneria e poi tre lauree (Isef, Sociologia e Psicologia).

Da sinistra: il faentino plurilaureato Mario Monti con i lanciatori veronesi Adolfo Consolini e Ugo Tesini

Il faentino, che terminò la carriera nel 1963 con i Giochi del Mediterraneo, ricorda molto bene Livio, nonostante i due praticassero specialità differenti.
«Livio era un signore, il classico bravo ragazzo. Educato, elegante nel fisico e nei comportamenti. Un vero gentiluomo che, a differenza di quel che si dice, era timidissimo con le ragazze.»

 

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